L’antico viaggio delle carte napoletane

Entrato nella storia della città si è tradotto in una molteplicità di giochi
di Redazione Ecampania.it - 18 Luglio 2018
L’antico viaggio delle carte napoletane

Paese che vai. Usanza che trovi. E quando parliamo di giochi di carte sia che ci troviamo a Napoli, in Sud America o in Giappone i giochi sono tanti quanti è riuscita a crearne l’umana fantasia. Perché in fondo a chi non piace giocare?

È così che in un ipotetico viaggio intorno al mondo incontriamo il Kabufuda, uno speciale mazzo di carte piccole e spesse in cui non compaiono semi. L’obiettivo del Kabu (giocato con questo speciale mazzo) è simile a quello del più famoso baccarà e consiste nel totalizzare il punteggio più vicino a nove. Il Verju ne verju è popolare in Russia e si gioca con un mazzo di 40 carte. Vince chi riesce a bluffare nella maniera più credibile possibile e non a caso il nome di questo gioco si può tradurre con “Ci credo-Non ci credo”.

In Argentina e Brasile è comune il Trucco e così via in viaggio per il mondo fino ad arrivare a Napoli dove i giochi di carte rappresentano una tradizione radicata della città al pari del Sangue di San Gennaro o del Vesuvio.

Non si contano le leggende fiorite attorno all’origine della carte napoletane, al pari delle tante storie che circolano tra i vicoli della di Napoli. Del resto è proprio nella città partenopea che alcuni credono si nasconda la tomba di Dracula, e come per il signore delle tenebre anche le carte napoletane custodiscono più di un mistero.

Dalla Cina così come per molte altre invenzioni, le carte si sono diffuse verso ovest fino a raggiungere il porto cosmopolita e brulicante di uomini e merci della città. O ancora più realisticamente le carte così come le conosciamo oggi fecero il loro ingresso nella storia di Napoli con l’arrivo dei Mamelucchi nell’Italia meridionale nel corso del XII secolo. E a tradire un’origine araba delle figure rappresentate nel mazzo di carte napoletane c’è proprio il nove di spade: un cavaliere con scimitarra e turbante. Ma è certamente con la dominazione spagnola che abbiamo la prima testimonianza scritta di quanto nei secoli precedenti le carte napoletane avessero acquisito ampia diffusione tra gli abitanti della città. Sotto la dominazione spagnola l’allora viceré Íñigo López de Hurtado de Mendoza impose la tassa di un carlino per ogni paio di carte da gioco.

Da allora il boom delle carte napoletane è entrato nella storia della città e si è tradotto in una molteplicità di giochi. Dal sette e mezzo che si sarebbe diffuso in Italia a partire dal XVII secolo, alla briscola giunta nella nostra penisola dalla Francia ed entrata a far parte della cultura ludica italiana. E poi la scopa o lo scartino. Quest’ultimo un popolare gioco partenopeo che ci riporta dritti dritti all’argomento che stavamo trattando: l’origine delle carte da gioco napoletane.

Se la prima testimonianza scritta risale alla fine del XVI secolo, a Napoli di certo si giocava e parecchio anche prima di questa data. Le immagini riprodotte sulle carte rappresentano una fotografia delle classi sociali dell’epoca con i denari per i mercanti, le coppe per il clero, le spade per i soldati e i bastoni per i contadini. Di volta in volta le carte sono state specchio della società del tempo con il dieci di spade che a seconda del periodo storico diventa re Ferdinando di Napoli, Federico II di Sicilia fino ad arrivare a Vittorio Emanuele. Le carte come spesso accade in altri fenomeni sociali si trasformano in un canale per veicolare una rappresentazione dell’autorità ironica e mordace tipica della tradizione napoletana. Quindi se avete per le mani un vecchio mazzo di carte napoletane potreste trovarci sopra molto più di quanto l’abitudine vi suggerisce.

I maestri illustratori si sono sbizzarriti nel corso dei secoli per creare figure con dettagli e caratteristiche motivate dalla fantasia personale o dalle contingenze sociali, ma una regola su tutte è stata sempre rispettata.

I semi non si toccano. Perché?

Porta male.

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