Romeo Menti, quel filo che unisce Castellammare al Grande Torino

Lo stadio delle vespe è dedicato al campione vicentino che trascinò lo Stabia al titolo dell'Italia liberata
di Giovanni Vasso - 29 Marzo 2018
Romeo Menti, quel filo che unisce Castellammare al Grande Torino

C’è un filo granata che unisce Castellammare di Stabia a Vicenza, che spezza il bianco e nero dei tempi del calcio che fu e lega indissolubilmente il futbol in Campania alla leggenda più grande del pallone italiano, quella del Grande Torino.

Quel filo ha un nome e cognome: Romeo Menti. A lui, vicentino classe 1919, travolgente ed elegantissima ala destra dei granata, è intitolato lo stadio dove gioca, dal 1984, la squadra di casa, la Juve Stabia.

La storia tra Castellammare e Menti è una delle tante storie di guerra, uno di quei casi, di quelle combinazioni che solo quando tutto è sospeso – come appunto avvenne durante la seconda guerra mondiale – diventa possibile. Romeo Menti è già un campione quando veste la maglia gialloblù dell’Associazione Calcio Stabia. Nacque, il club, dalle ceneri dello Stabia Sporting Club, che poi si chiamò Fc Stabiese e che nel 1933 – dopo un anno di Prima divisione e diversi campionati in seconda (che erano la A e la B di quei tempi) – fallì.

La guerra, dicevamo. Nel 1944, Menti si trova in riva al golfo. Gli angloamericani hanno già occupato l’Italia meridionale, il dopoguerra è iniziato. C’è tanta voglia di scrollarsi da dosso le macerie dei bombardamenti e la polvere del conflitto. Il calcio vive una seconda giovinezza. Si organizza un campionato campano, parteciperanno una decina di squadre tra cui lo Stabia. Ci sono il Napoli e la Salernitana, ma pure la Casertana e la Torrese di Torre Annunziata, lo storico Internaples, la Scafatese resa poi icona pop da Totò (quando in Totò al Giro d’Italia urlò al giudice “Abbasso la Scafatese” pur di farsi arrestare, ricordate?), la Casertana, il Portici, la Frattese e la rappresentativa della Polizia Militare Italiana.

Romeo Menti vuole giocare, dopo la breve parentesi con il Milano. Sceglie di scendere in campo con la squadra di Castellammare. L’accompagnerà per mano al trionfo, al titolo (mai riconosciuto dalla Figc) di campione dell'Italia liberata. Segnerà tredici volte – tre delle quali su rigore -, spingendo lo Stabia allenato dal livornese Vasco Lenzi a vincere il torneo davanti alla Salernitana seconda e al Napoli giunto terzo.

L’anno successivo, Romeo Menti vola a Firenze. Dalla Toscana, dopo una stagione, torna al Torino dove già aveva giocato fino al 1943. È tra i pilastri dello squadrone che insegna calcio in Italia e in Europa. Gioca 81 partite e segna 31 volte, esordisce in nazionale dove ha il tempo di firmare cinque gol (di cui una tripletta alla prima in azzurro contro la Svizzera proprio a Firenze, il 27 aprile 1947). L’ultima rete la segnò con la maglia del Torino, al Benfica. Su rigore, il 3 maggio 1949. Il giorno dopo, l’aereo sul quale viaggiava di ritorno dal Portogallo insieme alla squadra, alla dirigenza e ai giornalisti si schianto a Superga. 

Castellammare non scordò il suo campione. Commossi, il club e i tifosi gli tributarono una targa nel vecchio stadio San Marco, quando nel 1984 le “vespe” traslocarono nello campo nuovo, inaugurato poi un anno dopo, lo intitolarono a lui. Così come hanno fatto a Vicenza, nella città dove nacque e mosse i primi passi da calciatore un uomo destinato alla leggenda del calcio italiano. 

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