La Regio “delle meraviglie” di Pompei

Viaggio all'interno del più grande scavo in un’area non ancora indagata dell'antica città
di Alessandra Randazzo - 09 Agosto 2018

L’unicità del patrimonio di Pompei, a 270 anni dal primo scavo nella città, incanta e fa parlare il mondo. Chi ha avuto la possibilità di visitare il nuovo, grande cantiere nella Regio V, non può non chiedersi quante meraviglie può ancora far riemerge questo sito che sembrava già averci raccontato tutta la sua storia.

L’intervento in corso, il più grande scavo in un’area non ancora indagata ddell'antica città, si estende su una superficie di oltre 1.000 mq, il cosiddetto “cuneo”, posto tra la casa delle nozze d’Argento e la Casa di Marco Lucrezio Frontone.

Oltre 2,5 km di muri antichi saranno messi in sicurezza, mentre l’area non scavata alle spalle dei fronti di scavo, nelle Regiones I-III-IV-V-IX, sarà oggetto di interventi di mitigazione del rischio idrogeologico, che ridurrà la spinta del terreno sui muri antichi, evitando così crolli e assicurando un adeguato drenaggio del terreno, problema particolarmente insistente soprattutto durante il periodo delle piogge. I dati emersi fino ad ora, sono sorprendenti.

Domus, vicoli, affreschi dai vivaci colori, oggetti del quotidiano e anche una vittima, l’“ultimo fuggiasco”, come le tessere di un puzzle, raccontano uno spaccato inedito della città vesuviana, in quei 22 ettari non ancora indagati, che contribuiranno ad arricchire la conoscenza del sito e ad aggiungere tasselli alla ricerca archeologica.

Oltre ai tecnici della conservazione, sul campo sono presenti vulcanologi, paleobotanici, antropologi, archeozoologi e archeologi, che avranno il compito di documentare, grazie alle più moderne tecnologie, ogni fase di scavo e di comprendere tutti gli aspetti che contribuiranno alla ricostruzione della vita e del paesaggio vesuviano fino al 79 d.C.

Partendo da via Nolana e muovendosi in direzione nord, al momento sono stati individuati diversi ambienti pertinenti a domus parzialmente scavate tra ‘700 e ‘800.

All’ingresso di via di Nola, un impianto produttivo, forse una piccola fullonica (lavanderia), oggetto di indagini che ne chiariranno la specifica funzione.

Ad un livello superiore, uno spazio aperto - probabilmente un giardino con alcune anfore ritrovate in situ al momento della scoperta - al cui centro è emerso anche un pilastrino scanalato con sopra una lastra marmorea, utilizzato forse come piano d’appoggio e così ritrovato dopo secoli.

A sostenere l’ipotesi del giardino, alcune radici di alberi, portate in evidenza attraverso la tecnica del calco in gesso. I suoi confini sono ad est con la Casa della Soffitta, ad ovest con il vicolo dei Balconi di recente scoperta e a nord con quello che sembra un porticato con tre colonne e sul retro alcuni pilastri con tracce d’affresco.

Proseguendo verso ovest, vi è l’ambiente che ha restituito la prima scena mitologica nell’area della Regio V: l’Adone ferito con Venere e amorini. Probabilmente ci troviamo in un cubiculum, stanza da letto, per la presenza dell’incasso di un letto su una parete.

Nella porzione ovest del cuneo, una serie di ambienti pertinenti alla Casa di Giove stanno restituendo preziose informazioni sull’edificio. La domus, di tardo II secolo a.C., in parte già scavata nell’Ottocento, è piuttosto compromessa per la presenza di cunicoli e trincee, con i quali gli scavatori borbonici erano soliti esplorare gli ambienti.

Il nome della casa deriva da un quadretto raffigurante Giove rinvenuto già nell’800 su un larario posto nel giardino. Gli interventi mirano a ricostruire la sua pianta che ha già rivelato un atrio centrale circondato da stanze decorate, l’ingresso lungo il vicolo dei Balconi e uno spazio aperto colonnato su cui si affacciano tre ambienti.

La vera ricchezza  proviene dalle decorazioni presenti sugli ambienti di rappresentanza, tutti in I stile pompeiano. Le pareti riportano riquadri in stucco imitanti preziose lastre marmoree vivacemente colorate di verde, giallo e nero, tra gli esempi meglio conservati in I stile di tutta Pompei e mantenute volutamente dai proprietari.

Tracce di un incendio sono state individuate in un ambiente già parzialmente indagato nel passato, una stanza da letto, con frammenti di legno e di stoffa carbonizzati e pareti annerite. Un insolito graffito è stato ritrovato su un pannello, lasciato forse dagli abitanti della casa e che reca la scritta: “Atenaios Balbos”. Cosa vorrà dire? Balbo l’Ateniese. Un personaggio romano che si è grecizzato? Sarà forse un riferimento al Nonio Balbo che conosciamo ad Ercolano, illustre personaggio della politica, pretore e poi proconsole di Creta e Cirene e patronus della città vesuviana? Anche questo rimarrà un mistero.

Poco distante dalla Casa di Giove, un altro sorprendente ritrovamento. Un bel quadretto con scena di sacrificio nei pressi di un santuario agreste, in quella che attualmente è identificata come Casa a nord del giardino e al momento, assieme all’affresco dell’Adone ferito con Venere e amorini, una tra le prime scene figurate di una certa complessità.

Il vicolo dei balconi - Regio V - Pompei

Proseguendo il tour della Regio V, già citato e di particolare importanza è il vicolo dei Balconi, così chiamato perché durante gli scavi sono emersi i resti di 4/5 balconi in buone condizioni. Su alcuni sono state ritrovate delle anfore, alcune delle quali probabilmente capovolte, come se messe ad asciugare. Fortunatamente i balconi si sono preservati perché, quando sono crollati, il vicolo era ormai completamente ricoperto di lapilli.

All’incrocio tra il vicolo dei Balconi e il vicolo delle Nozze d’Argento, è stato ritrovato lo scheletro di un fuggiasco. Dalle prime osservazioni, sembrerebbe che l’uomo, sopravvissuto alle prime fasi dell’eruzione, si sia avventurato in cerca di salvezza lungo il vicolo ormai invaso dalla spessa coltre di lapilli, ma che qui abbia trovato la morte. Il corpo è stato rinvenuto all’altezza del primo piano dell’edificio adiacente, al di sopra dello strato di lapilli.

La drammatica posizione ha fatto ipotizzare in un primo momento ad una morte per schiacciamento, visto che un grosso blocco di pietra sembrava avergli schiacciato la parte alta del torace e il capo che non si era trovato. Ma il prosieguo dello scavo, lo ha fatto riemergere ad una quota nettamente inferiore rispetto al resto del corpo.

La ragione di tale anomalia stratigrafica va ricercata nella presenza, al di sotto del piano di giacitura del corpo, di un cunicolo, presumibilmente di epoca borbonica, il cui cedimento ha portato al collasso e allo scivolamento di parte della stratigrafia superiore, ma non del blocco litico ancora inserito nella stratigrafia originaria.

La morte non è sopravvenuta a causa dell’impatto con il blocco ma si parla di asfissia dovuta al flusso piroclastico, ma non tutti sono concordi su questa ipotesi. Per quanto ne sappiamo o per quanto possiamo solo immaginare, di fronte ad una tremenda tragedia come quella dell’eruzione, sarebbe anche plausibile pensare ad una morte per infarto durante la fuga.

Sapere di non avere molte chance di salvezza ed essere presi così alla sprovvista da un fenomeno che a Pompei non doveva essere così frequente come un’eruzione, ha sicuramente causato più morti di quanto si possa immaginare. Ci sono diverse ipotesi in gioco e allora solo ulteriori studi in laboratorio potranno verosimilmente farci conoscere la causa della morte di questo povero sventurato. Certamente la catastrofe non ha guardato in faccia nessuno e non ha risparmiato bambini così come vecchi.

Però forse una piccola storia personale il fuggitivo ce la racconta. Con sé portava un piccolo tesoretto di monete. 20 monete d’argento e 2 in bronzo, contenute in un sacchetto che l’uomo teneva al petto. Tra le coste del torace erano dapprima emerse tre monete, via via, rimuovendo i resti della vittima, è venuto fuori il prezioso bottino. Le monete sono allo studio dei numismatici che ne stanno meglio definendo taglio e valore. Ad un primo esame sembrerebbe trattarsi di 20 denari d’argento e 2 assi in bronzo, per un valore nominale di ottanta sesterzi e mezzo. Secondo una stima, tale quantitativo di denaro sarebbe stato sufficiente per il mantenimento di una famiglia di tre persone per 14-16 giorni. Le monete, inoltre, hanno una cronologia varia. Gli studiosi hanno analizzato 15 monete, per la maggior parte repubblicane, a partire dalla metà del II secolo a.C. Una delle monete più tarde è un denario legionario di Marco Antonio, comune a Pompei, con l’indicazione della XXI Legio, mentre tra le monete imperiali individuate, vi è un probabile denario di Ottaviano Augusto e due denari di Vespasiano.

In perfetto stato di conservazione sono state ritrovate anche tre iscrizioni elettorali.

Helvium Sabinum

Aedilem d(ignum) r(ei) p(ublicae)
v(irum) b(onum) o(ro) v(os) f(aciatis)
“Vi prego di eleggere Elvio Sabino edile, degno dello stato, uomo buono”.
L(ucium) Albucium aed(ilem)

Probabilmente questa iscrizione continua in basso, la parete esterna non è stata completamente scavata.

Gli Albucii, famiglia in vista della città, dovevano essere i proprietari della Casa delle Nozze d’Argento, abbastanza vicina al luogo di ritrovamento dell’iscrizione. Particolare che salta subito agli occhi, lo strato di pittura bianca su cui sono stati realizzati i “programmata”, steso forse dal dealbator per coprire altre scritte elettorali e per assicurare una regolare superficie scrittoria. Una curiosità è che a firmare i manifesti non erano i candidati ma amici, familiari, parenti e corporazioni cittadine.

Cosa c’era scritto in un manifesto? Le iscrizioni ritrovate sono un esempio tipico di manifesti elettorali cittadini. Di regola, dopo il nome del candidato e l’indicazione della magistratura a cui questo aspirava, si scriveva una formula breve che conteneva una sorta di invito a votarlo. OVF, vi prego di farlo, di votarlo ne è un tipico esempio. Inoltre, come buona regola per un politico, era opportuno che questo fosse lontano da scandali e pettegolezzi e che la sua immagine fosse quanto più “candida” possibile, come la sua veste. Quindi nei manifesti non era raro trovare un elenco di sue virtù come “Dignum Rei Publicae” “virum bonum” e altro.

Come datazione, le iscrizioni sono riferibili alle ultime consultazioni elettorali di Pompei prima del 79 d.C. e quindi si possono inserire in quella categoria di tituli chiamate dagli studiosi “programmata recentiora”, afferenti agli ultimi 17 anni di vita della città.

Ulteriori novità emergono, inoltre, dalla Domus dei Delfini, così chiamata perché nell’ingresso, riccamente decorato su fondo rosso, compaiono due quadretti con una coppia di delfini, oltre a vari animali e prospettive architettoniche. Ad ovest dell’ingresso è stato indagato un ambiente nel quale è possibile riconoscere una più antica decorazione ad affresco poi ricoperta da una più ricca decorazione in IV stile.

Secondo gli studiosi, è possibile che la decorazione più antica sia anteriore al terremoto del 62 d.C. e che l’ultimo rifacimento, quindi, sia riferibile ai lavori di ristrutturazione che interessarono la casa successivamente. Presso l’incrocio tra il Vicolo delle Nozze d’Argento e il Vicolo di Cecilio Giocondo sono stati individuati altri ambienti affrescati; uno conserva una decorazione con eroti, l’altro una fascia con decorazioni a girali vegetali, che sembra proprio essere un unicum fino ad ora a Pompei.

Tra le insule VI e VII della Regio V continua lo sgombro del proseguimento del vicolo di Cecilio Giocondo verso nord, dopo l’incrocio con il vicolo delle Nozze d’Argento. In sezione è ben visibile l’altezza dello strato di pomici che ricoperto la città nelle prime fasi dell’azione eruttiva, mentre nel punto della pavimentazione del vicolo in cui mancano i basoli è in corso uno scavo nel cui battuto di terra vi sono frammenti ceramici, ossa, una pedina da gioco e un amo. Sulla parete del vicolo, parzialmente portata alla luce, è tracciata con pittura bianca una tabula ansata destinata forse ad ospitare un’ulteriore iscrizione, non sapremo mai di che natura.

Un’area logistica è stata appositamente realizzata per ospitare il gran numero di reperti rinvenuti negli scavi. Il grande deposito archeologico ha, infatti, annesso un laboratorio per assicurare il lavaggio, la siglatura e lo studio preliminare del materiale.

Un aspetto inatteso delle indagini archeologiche è stato in particolare il rinvenimento di antefisse e decorazioni fittili, frammenti di affreschi e di stucchi, anfore e mattoni bollati, nella terra di risulta proveniente dagli scavi borbonici e di primo Novecento. Probabilmente all’epoca non interessava il recupero di oggetti frammentari e non ricostruibili che di fatto venivano scartati, ma per gli archeologi moderni ogni tassello è fondamentale per ricostruire il dettaglio del quotidiano.

Come più volte accennato dal Direttore Massimo Osanna, il cantiere della Regio V diviene uno scavo nello scavo, perché oltre alla stratigrafia antica, è interessante studiare anche il modus operandi degli scavatori borbonici che, seppur con enormi danni alle strutture, hanno lasciato tracce interessanti dei loro lavori.

A Pompei viene finalmente restituita la sua immagine più stringente, non solo quella di una città il cui tempo si è fermato, ma di una città sempre in movimento con un grande pubblico internazionale pronta a visitarla. Pompei è viva e dopo secoli continua ancora a raccontarci la sua straordinaria storia.

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