Il cimitero delle Fontanelle, alla scoperta dei teschi delle anime pezzentelle

La storia, le usanze, i perché di un rito centenario legato al culto dei morti
di Giuseppe Scarica - 08 Agosto 2014
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Un cimitero che definirlo particolare è molto, molto riduttivo. Migliaia di teschi, almeno 40.000, resti umani risalenti alla peste che afflisse Napoli nel 1600, ordinati con dovizia, quasi come macabri elementi di arredo, ma guai a parlarne male ai napoletani.

Siamo alla Sanità, nel cuore del centro storico di Napoli, nelle cave di tufo scavate dalla pioggia che scendono lungo i Colli Aminei,  formando la cosiddetta "Lava dei Vergini": colate di fango e detriti provenienti dall'erosione della coltre piroclastica che ammanta le colline circostanti.

La "lava dei vergini" per millenni ha eroso il vallone delle Fontanelle e della Sanità, creando le condizioni ottimali per l'estrazione del tufo, cave che, successivamente, hanno dato origine a questo ossario. La costituzione del cimitero si fa risalire al XVI secolo quando la città fu flagellata da tre rivolte popolari, tre carestie, tre terremoti, cinque eruzioni del Vesuvio e tre epidemie e, essendo il luogo isolato, fu qui che vennero raccolti i cadaveri delle vittime. In testa fu la pestilenza del 1656, per cui i muri che chiudevano le cave furono di nuovo abbattuti e le stesse cave, secondo alcuni, accolsero 250.000 cadaveri su una popolazione 400.000 abitanti e, secondo altri, addirittura 300.000.

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L'ingresso principale a questo luogo pieno di suggestione, di sensazioni di paura mista a curiosità avviene da una cavità sulla destra della piccola chiesa di Maria Santissima del Carmine. Già alla fine del Settecento si registrò una prima sommaria sistemazione dei resti e si assistette al concretizzarsi di numerose stuoie e sudari di ossa. Il cimitero è  formato da tre grandi gallerie a sezione trapezoidale, ogni navata ha ai propri lati delle corsie dove sono ammucchiati teschi, tibie e femori e ha un proprio nome: la navata sinistra è detta navata dei preti perché in essa sono depositati i resti provenienti dalle terresante di chiese e congreghe; la navata centrale è detta navata degli appestati perché accoglie le ossa di quanti perirono a causa delle terribili epidemie che colpirono la città. I teschi sembrano muoversi, guardare, nonostante le orbite oculari siano vuote, incutono timore e allo stesso tempo sicurezza, sono anime buone secondo i napoletani.

Le ossa anonime, accatastate nelle caverne lontano dal suolo consacrato infatti  sono diventate per la gente della città le anime abbandonate, cosiddette anime pezzentelle, un ponte tra l'aldilà e la terra, un mezzo di comunicazione tra i mondi dei morti e i mondi dei vivi. Queste sono un segno di speranza nella possibilità di un aiuto reciproco tra poveri che scavalca la soglia della morte. Nacque cosi il culto della anime pezzentelle: resti abbandonati, teschi ed ossa furono “adottati” dalla popolazione. Spesso  al teschio, era associato un nome, una storia, un ruolo. Ancora negli anni settanta c'era l'abitudine di sostare di notte ai cancelli del cimitero per aspettare le ombre mandate dal teschio di don Francesco, un cabalista spagnolo, a rivelare i numeri da giocare al lotto.

Si pregava l'anima per alleviare le sue sofferenze in purgatorio, creando un vero e proprio rapporto di reciprocità. Se le grazie venivano concesse, il teschio veniva onorato con un tipo di sepoltura più degno: una scatola, una cassetta, una specie di tabernacolo, secondo le possibilità dell'adottante. Ma se il sabato i numeri non uscivano o se le richieste non erano esaudite, il teschio veniva abbandonato a se stesso e sostituito con un altro: la scelta possibile era vasta. Se il teschio era particolarmente generoso si ricorreva addirittura a metterlo in sicurezza, chiudendo la cassetta con un lucchetto.

Il cimitero rimase abbandonato fino al 1872, quando il parroco della chiesa di Materdei, Don Gaetano Barbati, con l'aiuto di popolane mise in ordine le ossa nello stato in cui ancora oggi si vedono e tutte anonime, ad eccezione di due scheletri: quello di Filippo Carafa Conte di Cerreto dei Duchi di Maddaloni, morto il 17 luglio 1797 e di Donna Margherita Petrucci nata Azzoni conosciuta come la Capa che suda: quest'ultimo è infatti sempre ben lucidato, forse perché raccoglie meglio l'umidità del luogo sotterraneo che è stata sempre interpretata come sudore: "Se domandate ai devoti vi diranno che quell'umidità è sudore delle anime del Purgatorio".

I teschi, inoltre, non venivano mai ricoperti con delle lapidi, perché fossero liberi di comparire in sogno, di notte. Secondo la tradizione popolare infatti l'anima del Purgatorio rivelava in sogno la sua identità e la sua vita. Il devoto ritornava allora sul luogo di culto, raccontava il sogno, e se l'anima del teschio era particolarmente benevola, si concedeva a tutti di pregare lo stesso teschio determinando così una sorta di santificazione popolare.

Una tradizione che potrebbe risultare macabra ai più ma che per i napoletani, ancora oggi è un dogma di fede, una speranza, un’illusione forse ma che come tante permette ancora alla città di non morire nella banalità e nelle difficoltà del tempo moderno.

napoli Durata:
2 Ore
Costo: Gratuito
10.00 - 17.00