Il Vesuvio simbolo e vita della letteratura straniera

Il gigante è stato spesso protagonista di romanzi ambientati a Napoli
di Giovanni Vasso - 18 Febbraio 2015
Il Vesuvio simbolo e vita della letteratura straniera

Nell’immaginario “straniero” Napoli è una città esotica. Nella mentalità d’un inglese, d’un tedesco, d’un francese (del Nord...) Napoli è molto più vicina alla casbah, al fascino mediterraneo di una capitale levantina, multietnica, devota e puttana allo stesso tempo. Napoli è città vivace, non museo morto. Nulla di male, per carità. Soprattutto se ad uno scenario umano inimitabile, fatto di mistero e coraggio, miseria e nobiltà, si accosta un paesaggio mozzafiato, un fondo scenico che ti induce ad una sola certezza: sì, Dio esiste perchè non si può spiegare tanta bellezza solo con le pennellate sconnesse del Caso.

Non c’è da stupirsi, perciò, se la letteratura europea ha ambientato a Napoli più di una storia, più o meno grande, più o meno popolare, più o meno di successo. E non c’è da stupirsi, perciò, che in tutte ci sia citato sempre e comunque il Vesuvio, simbolo maestoso e terribile spiegazione dell’eterna precarietà del popolo napoletano.

E come simbolo, appunto, il Vesuvio non manca mai nelle trasposizioni letterarie sullo sfondo di Napoli. Ne parla, estasiato, Theophile Gautier – celeberrimo scrittore francese del fantastico ossessionato dalla Legion d’Honneur, paladino dell’ultimo Romanticismo, precursore delle avanguardie decadentiste e simboliste – in un racconto di cui tantissimi parlano ma che in pochi, purtroppo, hanno davvero letto. Gautier, a Napoli, ha dedicato il racconto “Iettatura” in cui un nobiluomo del Nord Europa si scopre dotato di un “fascino” particolare e finisce per dover difendere il suo onore dall’infamante accusa di essere uno jettatore in un clamoroso duello disputato con la benda sugli occhi “per battersi ad armi pari”. La presenza del Vesuvio è una costante che segue l’evolversi della vicenda che si snoda tra Napoli e la costiera sorrentina. E Gautier ne parla come se parlasse di una donna straordinaria, parlando la lingua dell’amore: “...la lunga fila di colline che da Posillipo al Vesuvio delimita il golfo meraviglioso in fondo a cui Napoli riposa come una ninfa marina che si asciuga sulla riva dopo il bagno...”

Anche la letteratura anglosassone ha ambientato a Napoli alcuni romanzi, che – all’epoca della stampa – ebbero un successo di vendite clamoroso. Ann Marie Radcliffe faceva parte di quel fantastico circolo culturale a cui l’Europa e il mondo devono alcune delle opere letterarie più importanti di tutto l’Ottocento. E’ stata tra le levatrici del romanzo gotico e ha ispirato generazioni intere di scrittrici, da Mary Shelley, “mamma” di Frankenstein, fino a Jane Austen. Nel 1797 diede alle stampe uno dei suoi romanzi più famosi, “Il confessionale dei Penitenti Neri – l’Italiano”. Si tratta di una travagliata storia d’amore, intrisa di mistero, opposizioni familiari, colpi di scena, tradimenti e voltafaccia tra il gentiluomo Vincenzo di Vivaldi e la bellissima Elena Rosalba. Il Vesuvio, anche stavolta, è un elemento imprescindibile del paesaggio, dell’atmosfera romantica, calda ed esotica della Napoli gotica che, quasi da contrappasso, è viva, di fuoco quanto di più lontano possa esserci dallo scenario tipico del gotico, il freddo castello di pietra del Nord Europa. “Era quasi mezzanotte, e il silenzio che regnava era blandito, più che interrotto, dal lieve sciabordio delle acque giù nella baia, e dai cupi mormorii del Vesuvio che a intervalli lanciava in alto sull’orizzonte fiammante improvvise, per poi restituirlo all’oscurità”. Il vulcano, quindi, non è un elemento puramente decorativo ma, al contrario, un’entità viva e vegeta, che sputa fuoco e infonde di sè tutto ciò che sorge al di sotto di sè. Una metafora plastica della Napoli nell’immaginario collettivo europeo che si ancora, strettamente, al “suo” Vesuvio: si balla sul provvisorio, si vive sul precario, tutto può esplodere, da un momento all’altro. 

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