La tammurriata, la danza contadina della Campania

Storia e tradizione, nell’esperienza di una giovane insegnante: Raffaella Vacca
di Maria Cristina Napolitano - 05 Luglio 2014
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La tammurriata, il ballo popolare campano che segue il ritmo del tamburo, la “tammorra”, fa parte della famiglia della tarantella meridionale e affonda le sue radici in epoca antica. Una danza che nasce da una lunga tradizione e da fortissimi legami con la terra e con il mondo contadino, a cui è indissolubilmente legata, e che tuttora attrae, coi canti e il suono incalzante della tammorra e della castagnelle, un pubblico variegato e di ogni età.

Una forza e un richiamo irresistibile verso la Madre Terra è quello che si prova ascoltando il canto e la musica delle tammurriate e osservando il ritmo della danza che nasce dalla gestualità contadina nel lavoro dei campi, come il movimento del setaccio del grano da cui deriva uno dei gesti tipici “do ball’ ngopp ‘o tambur”.

Le origini della danza campana si perdono in una storia dalle valenze magico-religiose di grande interesse. Per saperne di più, non ci siamo rivolti a persone di età avanzata, come si aspetterebbe pensando a chi, per antonomasia, mantiene i legami con le tradizioni del passato, ma ad una giovanissima insegnate, che nutrita a suon di musica e teatro, è oggi una professionista del settore.

Parliamo di Raffaella Vacca, appena 21enne, ma con un curriculum alle spalle di collaborazioni in Italia e all’estero con artisti noti, gruppi affermati e insegnamento in più luoghi nella regione.

Il suo gruppo di appartenenza è il Triotarantae, di Emidio Ausiello, Luigi Staiano e Mimmo Scippa e danza insieme a Mariagrazia Lettieri. Personalmente ha fondato il gruppo Metropolitan folk, fatto di giovani artisti ed è insegnante presso l’Officina musicale Secondigliano. Accademia di arte e musica, diretta da Emidio Ausiello.

Si presenta con una frase che colpisce: “sono di Secondigliano. Si, sono della periferia di Napoli, conosciuta per lo spaccio e la malavita. Ma qui nasce la mia arte e il mio amore verso le espressioni più alte della natura umana” e racconta con l’entusiasmo tipico dei giovani appassionati, il legame con il nonno a cui deve la nascita e lo sviluppo della sua passione, poi tramutata in professione.

Le origini della tammurriata. Tradizione e forza, nel ritmo della tammorra e nelle parole della giovane insegnante che racconta da dove nasce la tammurriata in Campania: “le danze popolari del nostro meridione risalgono all’epoca greco-romana, ai riti dionisiaci. Nietzsche, nei suoi scritti filosofici, a proposito dell’elemento dionisiaco afferma che tale elemento, pur essendo effimero, rispecchia i reali desideri umani. La danza e la musica sono così l’anima del popolo e in un certo senso lo specchio della realtà. Con Augusto queste danze da pagane sono diventate cristiane. Basti pensare ai “Fujenti” della Madonna dell’Arco di Sant’Anastasia. In passato quella che veniva portata in processione era la Madre Terra, successivamente la Madonna. E ogni anno, per il lunedì in albis la tradizione si ripete”.

Le differenze in Campania. “Madonna di Montevergine, Madonna dell’Arco, Madonna delle Galline, Madonna dei Bagni, Madonna a Castello, Madonna Avvocata, Madonna di Briano, sono le sette sorelle a cui si rivolgono le diverse tammurriate campane nelle varie zone interessate, l’agro nocerino-sarnese, il sommese, la Costiera amalfitana, l’agro casertano e infine l’avellinese”.

Ma non solo varianti nella gestualità e nelle posture del ballo a seconda dei territori, anche le tipologie di danza possono variare a seconda del messaggio da trasmettere: danza di corteggiamento, danza di combattimento e danza di stile "ludico".

A quanto pare dunque, la famiglia della tarantella è piuttosto variegata. La più nota tra questi balli è di certo la pizzica salentina, o taranta, ma esistono anche vari stili territoriali all’interno della regione Campania, ”la tarantella Montemaranese, che ha nel Carnevale una tradizione nota in tutto il mondo, è il secondo carnevale al mondo conosciuto per la tradizione di ballo e la bellezza delle maschere; poi c’è la tarantella cilentana”.

La pizzica. Stesse origini ha anche la pizzica pizzica salentina, che possiede un aspetto di terapia musicale (oggi si collega infatti con la musicoterapia), perché attraverso il ballo, si manifestava il dolore dei contadini della terra pugliese dello scorso secolo. Un misto di religiosità, superstizione, rito, magia: “Pizzica lu core mamma mia ce dulore: le persone che venivano morse dal “ragno”, dalla tarantola (da cui il nome tarantismo) cadevano in un momento di trans. Momento che poteva durare da ore a giorni. E si trattava di persone morse dalla vita, dal dolore. Donne che all’età di 15 anni dovevano sposare uomini adulti, persone che conducevano una vita alienante. Questo stato sociale li portava a stare male e a doversi sfogare attraverso la musica e la danza”.

Da questa sorta di purificazione nasce la danza pizzica pizzica, più ritmata nella gestualità rispetto alla tammurriata, ma egualmente affascinante.

“Danza la vita al ritmo dello spirito”, è il motto di Raffaella Vacca, attraverso cui sente e fa vivere la passione della danza popolare campana, di quei movimenti coinvolgenti e trascinanti, che, ancora oggi, a provarli, sembrano liberare lo spirito dagli affanni.

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