Quando Napoli e le sue bellezze stregarono Mozart

Nel maggio del 1770 il musicista rimase travolto dalla musica e della cultura partenopea
di Marina Indulgenza - 14 Settembre 2016
Quando Napoli e le sue bellezze stregarono Mozart

“Napoli è bella, ma piena di gente come Vienna e Parigi. E per quanto riguarda l’impertinenza del popolo a Londra e a Napoli, non so se Napoli non abbia la meglio su Londra”.

Scriveva così nel maggio del 1770 un ragazzo di quattordici anni all’amata sorella Nannerl, in una delle tante lettere a lei spedite nel corso del suo viaggio in Italia insieme al padre Leopold. L’eccezionalità di questi scritti risiede nel fatto che il ragazzo in questione fosse Wolfgang Amadeus Mozart, indiscusso genio della musica classica, che all’epoca del viaggio nel nostro Paese aveva già suonato alla corte di Maria Teresa, regina d’Austria, aveva composto sinfonie e sonate – compresa un’opera buffa per l’imperatore Francesco I – e aveva ottenuto il titolo di "Konzertmeister" (primo violino) a Salisburgo.

Agli inizi del XXVIII secolo la città di Napoli, con circa un milione d’abitanti è una delle più popolose d’Europa e, pur soffrendo delle sue “eterne” contraddizioni, vive un clima culturalmente vivace e cosmopolita grazie soprattutto all’ascesa al trono di Carlo di Borbone che accoglie nella capitale del Regno i più importanti architetti e i più famosi artisti dell’epoca. Anche sul versante musicale la città gode di una stagione particolarmente felice: l’opera “buffa” raggiunge il suo apice con Paisiello e Cimarosa, ovunque a Napoli si fa musica e ovunque si trovano musicisti di strada con tanto di zampogna e mandolino. In una fucina di talenti così viva e produttiva è fondamentale per Leopold Mozart, compositore e violinista tedesco, che il suo talentuoso figlio Wolfgang entri in contatto con gli illustri personaggi di un ambiente così raffinato e acculturato.

 “Andremo a Napoli – scrive Leopold alla moglie – questo luogo è così importante che, se una scrittura dell’opera non ci richiamerà a Milano, potrebbe capitare facilmente che un’occasione ci trattenga qui tutto il prossimo inverno”.

Grazie all’intervento del cardinale Pallavicini, i Mozart arrivano nella città partenopea il 14 maggio 1770 e qui vi soggiornano per sei settimane, stabilendosi inizialmente presso il convento degli Agostiniani a San Giovanni Carbonaro, al civico 9 dell’attuale via Cardinale Seripando.

La sera del 18 maggio sono ricevuti dall’ambasciatore britannico a Napoli, Sir William Hamilton, una “vecchia” conoscenza dai tempi del loro soggiorno a Londra, che risiede a Palazzo Sessa in Via S.Maria a Cappella Vecchia. Qui assistono all’esecuzione al clavicembalo Tschudi della moglie dell’ambasciatore, Lady Catherine Barlow, la quale non nasconde la propria emozione a esibirsi al cospetto di Wolfgang.

Nel corso della serata i Mozart fanno la conoscenza del musicofilo clavicembalista Lord Fortrose, il quale li invita nel suo appartamento per un altro rendez-vous musicale insieme a Lord Hamilton e al violinista compositore Gaetano Pugnani. L’incontro viene immortalato dal pittore Pietro Fabris, ospite al seguito dell’ambasciatore, nel dipinto dal titolo “Concerto in casa di Kenneth MacKenzie, Lord Fortrose”: Wolfgang è rappresentato al clavicembalo, Leopold alla spinetta “ottavina” triangolare, sullo sfondo Lord Fortrose, raffigurato in piedi, il violinista Pugnani a destra e Lord Hamilton a sinistra, anch’egli concentrato al violino. Il quadro, tutt’ora conservato presso la Scottish National Gallery di Edimburgo, ha un valore documentario importantissimo non solo per ripercorrere le tappe di Mozart padre e figlio a Napoli, ma anche perché si tratta di un’interessante testimonianza del carattere internazionale della città partenopea in quel periodo.

L’eccitazione dei Mozart per Napoli è tanta che Leopold scrive alla moglie “ancora non so dirti quanto ci fermeremo qui. Non posso che scegliere fra cinque settimane o cinque mesi. Ma credo cinque settimane. Tutto, comunque, dipende dalle circostanze”. A entrambi piace il passeggio quotidiano, quando “la sera fino all’Ave Maria, la nobiltà va a spasso in centinaia di carrozze dalla Strada nuova e al Molo […] e non appena accenna a farsi buio, tutte le carrozze accendono le fiaccole, per creare una sorta di illuminazione”; entrambi sono affascinati dal “Vesuvio che fuma forte”, dalla posizione del luogo, “dalla sua fecondità, vivacità e rarità”.

Tuttavia, nonostante una vita mondana fatta di nuovi incontri e vecchie amicizie, Wolfgang non riceve nessuna scrittura per i teatri napoletani e lo stesso Ferdinando di Borbone, il re “lazzarone, cafone e nasone”, all’epoca diciottenne, gli concede solo una veloce visita di cortesia nella cappella palatina della Reggia di Portici, perché con ogni probabilità il giovane austriaco era percepito ancora come un intrattenitore destinato ad un pubblico medio e quindi non era ritenuto all’altezza di suonare dianzi a un Re.

Nei giorni successivi Wolfgang si esibisce al Conservatorio della Pietà dei Turchini - fulcro della gloriosa scuola musicale napoletana tra il XVII e il XVIII secolo - e qui si imbatte, divertito, in una di quelle “superstizioni spaventose a cui il popolo si abbandona”, come scrive suo padre Leopold: mentre è intento a suonare con l’agilità e la maestria che lo contraddistinguono, il pubblico rumoreggia perché è convinto che la sua bravura derivi da un anello che indossa alla mano sinistra. Il giovane Mozart comprende il motivo di tanto baccano e lentamente si sfila l’anello per continuare a esibirsi con la stessa bravura di prima, lasciando tutti ammutoliti.

Il 30 maggio assiste alla prima rappresentazione dell’ “Armida abbandonata” di Niccolò Jommelli, ma la ritiene “troppo seria per il teatro”, e a casa dello stesso Jommelli conosce l’impresario Amadori che gli commissiona un lavoro, mai realizzato, per il Teatro San Carlo.

Una volta appurato che non ci sono molte possibilità a Napoli per il figlio, Leopold decide di lasciare finalmente la città, non prima però di aver visitato, questa volta da turisti, le bellezze del posto:  “Il 13, giorno di Sant’Antonio […] alle cinque di mattina ci recammo in carrozza a Pozzuoli, dove giungemmo prima delle sette e dove ci imbarcammo per dirigerci verso Baia; qui vedemmo in bagni di Nerone, le grotte sotterranee della Sibilla cumana, il lago d’Averno, il Tempio di Venere, il Tempio di Diana, i Campi Elisi, il Mare Morto ove era il barcaiolo Caronte […] sulla via del ritorno vedemmo molti bagni antichi, templi […] ma soprattutto la grotta di Pozzuoli e la tomba di Virgilio […] La settimana entrante visiteremo il Vesuvio, le due città sprofondate in cui vengono dissotterrate case intere del tempo antico”.

I Mozart giungono a Pompei in carrozza percorrendo la via Regia delle Calabrie e si fermano davanti al Teatro Grande che all’epoca era l’unico accesso agli scavi. Qui viene loro raccontato del ritrovamento degli elmi e delle armature che avevano visto nella Reggia di Portici e dello scheletro di una matrona - probabilmente l’amante di un gladiatore - adornato di splendidi gioielli. Dal teatro sono poi condotti al Tempio di Iside, scavato appena cinque anni prima del loro arrivo, che ispirerà a Wolfgang l’opera “Il flauto Magico”, composta nel 1791.

La mattina del 27 giugno 1770 i Mozart lasceranno Napoli dove non torneranno più, ma Wolfgang avrà sempre nostalgia dell’Italia e della città del “Vesuvio fumante.”

In una lettera al padre, qualche anno più tardi, dirà: “Ho un’indescrivibile brama di scrivere ancora una volta un’opera e quando avrò scritto l’opera per Napoli, mi si ricercherà ovunque […] con un’ opera a Napoli ci si fa più onore e credito che non dando cento concerti in Germania.”

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