"Elvira"di Toni Servillo: esercizi maieutici di teatro e di vita

Il testo di Brigitte Jaques al Teatro Bellini fino a domenica 12 febbraio
di Marina Indulgenza - 25 Gennaio 2017
Elvira Toni Servillo Teatro Bellini

Si potrebbe definire uno “stage intensivo” o una “masterclass” per attori professionisti (ma non solo) l’ultima prova teatrale – da attore e regista – di Toni Servillo dal titolo “Elvira”, in scena al Teatro Bellini di Napoli fino a domenica 12 febbraio.

Il testo teatrale originale, “Elvire Jouvet 40”, che nello spettacolo di Servillo si avvale di una nuova traduzione a cura di Giuseppe Montesano, fu elaborato dall’autrice e regista svizzera Brigitte Jaques a seguito di un resoconto stenografico delle sette lezioni che Louis Jouvet, grande attore e regista francese nonché direttore del teatro l’Athenèe di Parigi – ruolo affidato allo stesso Servillo – impartì, tra il 14 febbraio e il 21 settembre 1940 come insegnante al Conservatorio d’Arte Drammatica di Parigi, alla sua allieva Claudia – interpretata dalla giovane attrice Petra Valentini – che, come prova d'esame finale per il terzo anno, scelse la difficile e passionale costruzione di un personaggio così affascinante e così complesso come è Elvira nella sesta scena del quarto atto del “Don Giovanni” di Molière.

Qui, la donna, quasi al limite della follia, è alla disperata ricerca di un uomo che prima l’ha fatta innamorare e poi, dopo soli tre giorni, l'ha abbandonata senza nemmeno una parola di scuse o di commiato, lasciandola in preda alla più crudele delusione, “vittima” di una naturale continuità nell'amore che Don Giovanni, purtroppo, non possiede e che non lo conduce né alla redenzione né al “pentimento”. Egli è impegnato a vivere del godimento del presente, non riesce ad avere progetti veri o impegni per il futuro con senso di responsabilità. Per Donna Elvira l'incontro con Don Giovanni ha rappresentato un’esperienza estatica e totalizzante, ma poiché la realizzazione concreta di questo amore le è preclusa, non le resta che compiere un cammino spirituale, quasi, per iperbole, rivolto alla santità. Ed è per questo che torna da lui: lo fa per avvertirlo di un grave pericolo, per salvarlo, ma anche perché lo desidera ardentemente.

Le lezioni di Jouvet/Servillo, che si svolgono tra la platea e un palco nudo, delimitato da un fondale e sei quinte, sono quelle di un maestro a un'allieva, in un confronto-scontro tra due generazioni dove teatro e vita reale si fondono, dove si cade e ci si rialza. L’insegnate si sofferma molto sulla compresenza, in Elvira, di un “amore ardente” e di un “distacco celeste, di una “tenerezza” e di uno “strazio”, per portare Claudia/ Valentini a fare i conti con le parti più profonde del suo essere al solo scopo di migliorarsi.

Non bisogna dimenticare che tutto questo avviene in un’epoca storica molto importante, all’interno di un arco temporale di cinque mesi di un anno, che è il 1940, in cui la Francia è occupata dai nazisti e quindi, nonostante la caparbietà del maestro e dell’allieva di condurre le prove quasi come se l’Arte possa sconfiggere o, per lo meno, accantonare le miserie umane, la giovane attrice supererà brillantemente la prova del terzo anno, ma le sarà negato in futuro qualsiasi palcoscenico perché ebrea, proprio come, ironia della sorte, a Elvira sarà negato di vivere l’amore più grande.

Non è facile, a mio avviso, proporre un testo del genere in un’epoca in cui siamo pieni di maestri improvvisati, più o meno mediocri, cui poco importa se riusciamo a ottenere o, per lo meno, a esercitare quello stato di grazia che riempie e permea tutti i settanta minuti dello spettacolo. A Servillo, quindi, il merito di una scelta così coraggiosa, come può essere quella di far sì che un semplice spettatore o un “addetto ai lavori” si interroghi sui propri stati d’animo, sulle proprie emozioni e si sottoponga a una prova complessa, ma non per questo non entusiasmante.

Jouvet diceva ai suoi allievi: “avrete imparato qualcosa il giorno in cui avrete la consapevolezza interiore che ciò che siete è in relazione a ciò che fate. In quella corrispondenza c'è la chiave della vita, non solo del teatro". Jouvet era quindi un maestro, non perchè insegnava la vita, ma perchè forniva gli strumenti giusti per interpretarla. Ed è in questo che risiede la bellezza.