Così cantava Parthenope: la leggenda di Napoli

Le sirene nel mito della fondazione della città
di Maria Cristina Napolitano - 06 Ottobre 2014
John William Waterhouse "Ulysses and the Sirens"

C’è un luogo in mezzo al mare, a Positano, battuto dalle correnti e dalle onde, un tempo pericoloso per i naviganti che potevano trovarvi la morte. Lì, su quegli scogli che oggi sono noti come Li Galli dimoravano le Sirene, le tremende figure del mito metà uccello e metà donna. Un volto bellissimo sul corpo di un uccello, temibile e inquietante e dal canto ammaliante e traditore.

Proprio per questo Circe mise in guardia Ulisse, che avrebbe dovuto attraversare la dimora delle Sirene, di proteggere i suoi compagni dal loro canto. Così l’arguto Ulisse escogita un espediente con cui riesce a sfuggire alle Sirene. Tura le orecchie dei compagni con della cera e si fa legare all’albero maestro della nave per sentire e verificare la forza incontrollabile di questi spaventosi esseri che irretivano gli uomini con un canto d’amore, ma in realtà li portavano incontro alla morte.

Ed è proprio a causa di questa sconfitta che tre sorelle, tre meravigliose sirene, Parthenope la vergine, Leucosia la bianca e Ligea dalla voce chiara, ormai sconfitte, decisero di gettarsi in mare per trovare la morte.

Il corpo di Parthenope approdò sull’isolotto di Megaride, dove i pescatori videro quel bellissimo volto ormai privo di vita e decisero di seppellirla dove ora sorge Castel dell’Ovo, a protezione della città che si andava costituendo.

Licosia invece approdò più a sud, al capo che da lei trasse il nome Punta Licosa nei pressi di Santa Maria di Castellabate, in provincia di Salerno, mentre Ligea finì alla foce del fiume Okinaros e divenne protettrice dei pescatori che la raccolsero.

Secondo un’altra versione della leggenda, dal corpo di Parthenope prese forma il golfo di Napoli: il capo ad oriente sull’altura di Capodimonte e i piedi ad occidente verso il promontorio di Posillipo.

Una leggenda ottocentesca invece vuole che Vesuvio, un centauro, si fosse innamorato della Sirena ma il dio Zeus, preso da un impeto di gelosia, trasformò Vesuvio in un vulcano e Parthenope nella città di Napoli.

Qualunque sia stata la giusta versione dei fatti, a Napoli la sirena Parthenope era venerata come dea protettrice e il suo nome, cantato da poeti di ogni tempo, diventerà nell’immaginario collettivo un toponimo per indicare la città stessa.

Nel V secolo avanti Cristo, quando giunsero a Napoli un gruppo di coloni provenienti da Cuma, fondarono il primo nucleo abitativo della città chiamandolo appunto Parthenope dal sepolcro della giovane sirena ubicato, secondo i testi antichi di Strabone e Plinio il Vecchio, sull’isola di Megaride dove poi verrà sepolta Santa Patrizia. Da questo punto, il resto è storia.

Oggi omaggi in onore della bella e terribile sirena si trovano in Piazza Sannazzaro con una fontana su cui è rappresentata, sulla sommità della facciata del San Carlo c’è un gruppo scultoreo che si chiama Partenope, il Cilento è noto come Terra delle sirene e nella penisola sorrentina si contano numerosi “scogli delle Sirene”.

Parthenope e il suo canto, che non termina mai.

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