Alle spalle di Totò: la maschera paisà di Ugo D’Alessio

Dal Decio Cavallo di Tototruffa 62 al Raffale di Questi Fantasmi
di Giovanni Vasso - 22 Settembre 2017

È il protagonista di una delle scene più amate, citate e ammirate del cinema italiano. Però del suo nome si ricordano in pochi: Ugo D’Alessio è stato un grandissimo artigiano della scena artistica italiana che ha trovato la consacrazione nazionale nel personaggio di Decio Cavallo, il paisà che volle acquistare la Fontana di Trevi da Antonio, cavaliere omonimo, in “Tototruffa ‘62”.

Ugo D’Alessio è stato uno degli attori più camaleontici usciti dalla scuola napoletana del Teatro. Volto paffuto e simpatico, icona della Napoli popolare, tagliata fuori dalla rivoluzione del boom economico: all’occorrenza serissimo, guascone oppure pazzo. Figlio e nipote d’arte, D’Alessio legò il suo nome a Eduardo De Filippo. Fu uno degli interpreti più duttili del teatro eduardiano. Memorabile nel ruolo di Raffaele, portinaio sbruffone e furbetto di “Questi fantasmi” dove, camuffato da un paio di baffoni a manubrio, dispensa perle di saggezza (“Signò, vuoi avessiv’ abbuscà nu poco!”, sussurra alla moglie fedifraga del protagonista) e ribalderia belle e buone (la tiritera del “Non ci tengo perché non ci tengo” nel pretendere soldi e regalie). Eccezionale in “Non ti pago!”, nei panni di Aglietiello, l’uomo di casa di Ferdinando Quagliuolo che, da buon servitore, asseconda (soprattutto contro la moglie) in ogni suo eccesso contro l’impiegato Bertolini che aspira a impalmare la figlia del capo, Stella. 

La collaborazione con Totò viene, solitamente, riassunta nella mitica scena della Fontana di Trevi e nell’interpretazione che D’Alessio diede del solerte brigadiere Di Sabato. Tartassato, pigiato eppure apprezzato dal commissario Antonio Sarracino (interpretato dal Principe) restituisce la figura severa e austera del padre di famiglia, “umile ma onesto” per citare un altro tormentone, stavolta del grande Massimo Troisi.

Eppure D’Alessio ha partecipato anche ad altre pellicole. Come “Il medico dei pazzi”, in cui propone a Totò, sindaco di Roccasecca, di finanziargli – lui musicista squattrinato – un grandissimo tour internazionale. Insieme faranno soldi a palate, “quante palate!”. Cambia totalmente registro nel secondo episodio di “Capriccio all’Italiana”, “Il mostro della domenica” di Steno. Qui Totò si fa serial killer dei capelloni e lui è il commissario di polizia che dà la caccia al “mostro”.

Ugo D’Alessio è stato uno degli ultimi artigiani formatisi tra le tavole prestigiose dei teatri e dell’avanspettacolo napoletano del Novecento. Ed è stato uno dei volti che al meglio hanno incarnato la complessità dell’anima popolare partenopea, delle sue virtù e dei suoi vizi.  

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