Cinema. La storia di Daisy e Viola, le indivisibili

Nelle sale cinematografiche il nuovo film del regista napoletano Edoardo De Angelis
di Marina Indulgenza - 14 Ottobre 2016
Cinema. La storia di Daisy e Viola: indivisibili, ma non stupide

La donna barbuta, l’uomo più altro del mondo, i nani, gli ermafroditi, gli uomini tatuati o con strani piercing, le persone capaci di abilità estreme: da sempre i “freak show” sono stati oggetto di interesse da parte di quella fetta di umanità “normale” che ha sempre provato per il diverso un misto di fascino e repulsione, quel “sublime del terrore” - che fu ad esempio per Mary Shelley la base su cui costruire “Frankenstein” - che scaturisce da soggetti cupi e terrificanti e che, proprio attraverso il terrore, può dare una forma di piacere.

“Indivisibili” (2016), il nuovo film del regista napoletano Edoardo De Angelis – già noto al pubblico del grande schermo per “Mozzarella Stories” (2011) e “Perez” (2014) – presentato alle Giornate degli Autori della 73° Mostra del Cinema di Venezia e attualmente nelle sale italiane, riprende uno dei “fenomeni da baraccone” più noti, quello delle gemelle siamesi, ma lo ribalta e lo rielabora in una chiave ancora più tragica perché le due protagoniste altro non sono l’attrazione principale di un circo di mostri che le manovra a suo piacimento, ma che allo stesso tempo dipende dal loro essere fuori dal comune.

Daisy e Viola sono identiche e sono unite dal bacino. Abitano in un luogo indefinito tra Lago Patria e Castel Volturno, in quella porzione di costa del litorale campano che, vista dal mare, di notte, con tutte quelle luci, parrebbe addirittura confondersi con Los Angeles, ma che con i primi chiarori dell’alba si rivela essere solo una spiaggia sporca e grigia bagnata da un mare cupo e deturpata da costruzioni fatiscenti. E se Daisy e Viola a Los Angeles potrebbero essere le nuove Janis Joplin, qui altro non sono che delle cantanti neomelodiche: le “Indivisibili”, che è il loro brand, il marchio di fabbrica dove per diventare galline dalle uova d’oro basta vestirsi e truccarsi alla “Anna Tatangelo prima maniera” e sottoporsi a tour estenuanti in giro per comunioni, feste e serenate improbabili dove quelli che pagano, quelli che toccano la loro “deformità” perché porta bene, sono essi stessi dei mostri, membri dello stesso circo degli orrori.

Daisy e Viola sono indivisibili, ma non stupide. E grazie al fortuito incontro con un medico (un bel cameo di Peppe Servillo) che è convinto di poterle separare chirurgicamente, prende piede e si insinua nelle loro menti la consapevolezza che tutta la loro vita, sino a quel momento, fosse basata sull’inganno. L’inganno di un padre che pensa di essere un “poeta” perché riesce a mettere due parole in fila in una canzone, ma poi è schiavo del gioco; l’inganno di una madre che ha problemi con le droghe; l’inganno di Nando e Nunzio, che più che i loro zii sembrano il gatto e le volpe di Pinocchio e sono i primi a defilarsi quando la situazione inizia a incrinarsi; l’inganno di un sacerdote, distante anni luce dalla spiritualità, ma tanto prossimo alla parodia di quei predicatori delle tv americane; l’inganno di uno pseudo scopritore di talenti il cui obiettivo è solo quello di farle passare nel “sua” bottega degli orrori.

Ma tutti rapporti basati sulla menzogna, si sa, sono inevitabilmente destinati a crollare. E così le persone si separano e cercano altro. Magari una vita per contro proprio, qualunque essa sia.

Ovviamente, ogni sceneggiatura per quanto sia interessante, originale e avvincente, ha bisogno di un cast che le renda giustizia e questo credo sia proprio il caso di questo film. Brave, bravissime, le gemelle Angela e Marianna Fontana, già allieve della scuola di recitazione “La ribalta" fondata nel 1985 a Castellammare di Stabia da Marianna de Martino, che di recente hanno ricevuto il premio come “Migliori Attrici Film Drammatico” in occasione dell’ottava edizione del Galà del Cinema e della Fiction della Campania. Ottima l’interpretazione dei “genitori” Massimiliano Rossi e Antonia Truppo (che abbiamo visto sul grande schermo in “Lo chiamavano Jeeg Robot”) e del “prete” Gianfanco Gallo, figlio del celebre Nunzio, uno dei maggiori interpreti della canzone italiana e napoletana degli anni cinquanta. Perfetta anche la fotografia di Ferran Paredes Rubio e suggestive le musiche di Enzo Avitabile

caserta, napoli