Da Capodimonte all'Irpinia, il culto (dimenticato?) della Madonna del Latte

La storia di una devozione che la Controriforma giudicò troppo sensuale e tentò di estirpare
di Giovanni Vasso - 17 Aprile 2018
Da Capodimonte all'Irpinia, il culto (dimenticato?) della Madonna del Latte

Il culto alla Madonna del Latte è tra i più antichi del cattolicesimo, sancisce il trionfo di Maria, finalmente riconosciuta quale madre divina del Salvatore. Non è ancora pacifica l’origine della devozione e delle rappresentazioni sacre: gli studiosi si dividono tra chi vuole che l’icona nasca tra i cristiani copti dell’Egitto e chi invece individua in Roma il primo centro di diffusione del culto. Il punto comune, però, sembra individuato nell’inculturazione cristiana delle rappresentazioni della dea egizia Iside che allatta il figlio Horus. La provenienza geografica del culto isiaco non deve trarre in inganno perché, a prescindere dal fatto che sia nato in quello che oggi è il Nordafrica, fu estremamente diffuso e radicato in larghe zone dell’impero romano, specialmente in Italia e, in Campania, ne abbiamo numerosissime testimonianze, da Pompei fino a Benevento.

Ciò che è sicuro sta nel fatto che la Virgo Lactans, grecizzata nella vergine galactotrofusa, fu amatissima e onoratissima in tutto il mondo che fu bizantino. È perciò lungo quest’asse che se ne diffuse la devozione in tutta Europa, in Francia il culto fu così forte che arrivò a influenzare le scelte artistiche del papato, nel periodo della cattività avignonese. L’arte e la scultura dell’Alto Medioevo e fin nel cuore del Rinascimento la celebrano, ne dipingono e scolpiscono lodi grandiose.

Al museo di Capodimonte ce n’è forse uno degli esempi più belli. “La Madonna dell’Umiltà con San Domenico”, dipinta da un maestro delle tempere francescane. Sul fondo d’oro dell’opera, datata alla metà del XIV secolo, gli angeli stendono l’Ave Maria mentre la Madonna, vestita di azzurro e coronata dall’aureola di luce e di stelle, illumina con la gloria sua e del figlio il blu scuro della notte. Offre al Bambinello, con lo sguardo dolce e serio rivolto all'osservatore, il seno mentre San Domenico le rende omaggio. In origine, fu dipinta per la Chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli, condividendo così il destino di un’altra Madonna dell’Umiltà che, anch’essa, oggi si trova nella Galleria Napoletana di Capodimonte. È quella dipinta, nella seconda metà del Trecento, da Roberto d’Oderisio su commissione dei Sanseverino e dei d’Aquino, di cui il pittore riporta i blasoni nella parte inferiore di quella che forse fu la lunetta di fondo dell’edificio religioso napoletano.

Qui la Madonna, Mater Omnium, cioè madre di tutti, avvolta in una veste scura, porge il seno a Gesù Bambino mentre un coro d’angeli ne canta la gloria. Nell’aureola che avvolge il capo di Maria, l’incipit dell’Ave.

In una terra, come la Campania, così affezionata al culto della Madre, il tema artistico e devozionale della Virgo Lactans finì per diffondersi in lungo e in largo. È attestata in Irpinia, nel Cilento, nel Diano. Poi, però, accade qualcosa.

All’epoca del concilio tridentino, quando la Chiesa decise di reagire contro l’eresia protestante dando il via alla Controriforma, l’icona della Madonna del Latte divenne scomoda e finì sacrificata sull’altare della buona creanza. Ufficialmente, per evitare che il fedele potesse essere distratto dalla sensualità delle rappresentazioni della vergine ritenute fuori luogo e irrispettose. Le Virgines Lactantes finirono in soffitta, dimenticate, cancellate dall’iconografia ufficiale ecclesiastica, a discrezione dei sacerdoti che dovettero confrontarsi con le loro comunità e valutare come (e se) applicare i desiderata vaticani. 

Ma il culto, specialmente quando è radicato, non si cancella con un tratto di penna. Molte di quelle madonne hanno cambiato denominazione ma sono rimaste quelle che sono sempre state. A Sala Consilina, nel vallo di Diano, oggi è la Madonna della Misericordia anche se i fedeli continuano a chiamarla con il suo nome, nonostante gli “aggiustamenti” iconografici. Ad Acerno, invece, è Santa Maria delle Grazie: l’icona, di cui non si conosce l’autore (secondo una leggenda sarebbe stata la stessa Madonna a dipingersi così), raffigura la Madre che porge il seno da cui sprizzano stille di latte al Bambinello che, felice, guarda all’osservatore.

A Mirabella Eclano, in provincia di Avellino, invece, la Virgo Lactans ha mantenuto il suo nome. Ancora oggi è forte la devozione a Maria Santissima del Sacro Latte, la cui scultura conserva al seno destro, un’ampolla reliquiaria che la tradizione popolare vuole piena del prezioso liquido che nutrì Gesù nella sua primissima fanciullezza.

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