Storia e tradizioni del culto dei morti in Campania

Dalla letteratura alla gastronomia, i defunti continuano a vivere nella "crianza" che si pratica in loro onore
di Marina Indulgenza - 26 Ottobre 2018

“Ogn'anno, il due novembre, c'è l'usanza per i defunti andare al Cimitero. Ognuno ll'adda fa' chesta crianza; ognuno adda tené chistu penziero”.

Recitano così i primi versi de “’A livella”, di Antonio De Curtis, in arte Totò, una delle poesie più belle e significative legate alla morte, un tema molto sentito in tutto il Sud Italia, dove i defunti continuano a vivere nelle attenzioni e nei rituali – la “crianza” – che la gente pratica in loro onore.

Il “culto dei morti” in Campania è una questione seria e importante.

A Napoli, per esempio, sono due i luoghi simbolo dove il legame tra vivi e morti è ancora molto forte: uno è il Cimitero delle Fontanelle, nel Rione Sanità; l’altro è la Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco in via dei Tribunali, nel centro storico della città, dove un tempo si praticava il culto delle anime pezzentelle.

Secondo questa tradizione, ogni anima sceglie il suo protettore, gli indica in sogno dove trovare i suoi resti tra le ossa accumulate e chiede cure e attenzioni in cambio di qualche grazia: numeri da giocare al lotto, un lavoro o addirittura un marito, come promette Lucia, la sfortunata sposa protettrice degli innamorati.

Il legame tra il mondo terreno e quello ultraterreno ha, in realtà, origini molto antiche ed è riconducibile, per certi versi, alla tradizione celtica dello Samhain – dal termine gaelico “samhuinn” che significa “fine dell’estate” (summer’s end) – un rituale propiziatorio che si celebrava il 31 ottobre per esorcizzare l’arrivo dell’inverno e rendere gli dei benevoli nei confronti della comunità.

La morte era il tema principale dello Samhain, in sintonia con il ciclo della natura e con l’arresto momentaneo che la vita subiva nel corso dell’inverno. Inoltre, sempre il 31 ottobre, si riteneva che gli spiriti dei morti, che abitavano il Tir nan Oge – una sorta di paradiso cristiano – potessero tornare sulla terra e vagare indisturbati nell’arco di una breve dimensione temporale in cui il loro mondo e quello dei vivi potevano entrare in contatto.

In Campania, nei giorni dedicati al culto dei morti, sopravvive la convinzione che, nella notte tra il 1 e il 2 novembre le anime dei defunti possano ricongiungersi ai propri cari e tornare nei luoghi in cui hanno vissuto.

Ed è per questo che, per far sì che le anime si possano rifocillare prima di tornare nel loro mondo e avere così la loro benevolenza, si lascia sulla tavola della cucina un bicchiere di vino, acqua, pane, un pezzo di baccalà e altri piccoli omaggi che i vivi preparano alle anime itineranti per il loro viaggio.

Tra queste attenzioni non può mancare il torrone dei morti, una traduzione culinaria, presente ancora al giorno d’oggi, costituita da un guscio di cioccolato duro e da una parte interna morbida la cui forma ricorda la bara del defunto. I torroni di piccole dimensioni sono chiamati “morticelli“, e poi ci sono i torroncini caramellosi a forma di bastoncino detti anche “ossa ‘i muort“, che vengono realizzati spezzettando le mandorle e cuocendoli in un tegamino insieme allo zucchero e all’acqua.

In alcune località campane si ritiene, addirittura, che la permanenza dei defunti non si esaurisca in una notte sola ma vada avanti fino al giorno dell’Epifania.

In tempi non recenti, infatti, ogni 17 gennaio, giorno in cui la Chiesa celebra Sant’Antonio Abate, si toglievano dalla grotta i personaggi della Natività e si mettevano le figurine delle anime purganti, molto spesso poste nell’atto di attraversare dei ponti, a simboleggiare il collegamento del mondo dei vivi con quello dell’oltretomba.

Il presepe poi veniva tolto il giorno della Festa della Candelora, che cade il 2 febbraio di ogni anno.

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