La villa romana (ritrovata) di Eboli

La scoperta nel '71 s'intreccia alla storia della Stele Eburina, decifrata da Mommsen
di Giovanni Vasso - 05 Dicembre 2017
La villa romana (ritrovata) di Eboli

Una storia millenaria, quella di Eboli. Dalla preistoria fino ai giorni nostri, il territorio che strategicamente unisce la Piana del Sele, Salerno e le vie che portano al Cilento da un lato e alla valle del fiume Sele dall’altro, è sempre stato di forte interesse per tutte le popolazioni che, nei secoli, si sono succedute su quelle terre.

Tuttavia sono pochissime, quasi nulle, le testimonianze di un pagus, di un vero e proprio villaggio, di una città. Moltissime le tombe scoperte, innumerevoli e interessanti corredi funerari sono emersi dalle necropoli ma di case che ospitassero i vivi, però, non c’era traccia.

Almeno fino al 1971. Fu in quell’anno, infatti, che l’Istituto Autonomo delle Case Popolari incappò in una scoperta archeologica importante. Gli archeologi della Sovrintendenza di Salerno indagarono e scoprirono che nel cantiere dove si sarebbe dovuto costruire un complesso edilizio, c’era una villa antica. Risalente al periodo romano, le cui fondamenta sarebbero state gettate intorno al I secolo dopo Cristo, in età imperiale.

In quell’area, che sorge nel quartiere del Paterno di Eboli, gli scavi archeologici non sono ancora finiti. Tuttavia sembra assodato che la villa rustica romana sia “vissuta” per diversi secoli, almeno fino al tempo dell’imperatore Costantino, dato che sono state rinvenute monete bronzee di quell’epoca. Con ogni probabilità, l’impianto originale della villa fu “diviso” in molte altre unità abitative.

La Villa Romana conferma quello che già la Stele Eburina (conservata oggi al Museo Archeologico Nazionale di Eboli) aveva rivelato agli storici e agli archeologi. Eboli, che a quel tempo si chiamava Eburum, fu una fiorente comunità che ebbe il privilegio, grazie al “patrono” Tito Flavio Silvano, di potersi costituire a Municipium romano. Il testo della colonna, ritrovata incassata nel basamento della chiesa dedicata a Santa Maria ad Intra, fu svelato e tradotto – dopo una lunga querelle – da uno dei giganti della filologia latina, lo storico tedesco Theodor Mommsen.  

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