Salerno, il ponte dei diavoli e il “vero” dottor Faust

Mito e leggende all’ombra dell’acquedotto longobardo
di Giovanni Vasso - 26 Ottobre 2014
Ponte dei Diavoli - Salerno

E’ vissuto a Salerno il “vero” dottor Faust? Chissà se Johann Wolfgang Goethe, autore del poema fondativo della cultura tedesca post-rinascimentale abbia tratto ispirazione da una vecchia storia che, ancora oggi, qualcuno non ha ancora dimenticato nella città della Scuola medica più antica d’Europa.

Si chiamava Pietro Barliario, era un medico che, proprio come il dottor Faust, ad un certo punto della sua vita – quasi frustrato dalla limitatezza dello scibile umano – si dedica alla magia, agli studi alchemici ed all’esoterismo. La leggenda racconta che Barliario, così come il professore goethiano, avesse stretto una sorta di amicizia con un demone. E se Faust intesseva “rapporti” con Mefistofele, Barliario avrebbe avuto confidenza con il Diavolo in persona, il capo dei capi dell’Inferno. Divenendone “amico”, il Faust salernitano si tolse, secondo la leggenda, delle bellissime soddisfazioni: riuscì a sedurre tutte le donne più belle della città tirando scherzi cattivissimi a chiunque cercasse di ostacolarlo. Mettersi contro Barliario significava rischiare di vedersi spuntare – sia metaforicamente che “fisicamente” – un bel paio di corna sulla fronte.

Ma come il personaggio del poema di Goethe, a Barliario non bastavano le donne e la ricchezza. Da uomo di cultura, animato da un’inestinguibile sete di sapere e di ricerca, bramava la conoscenza e aveva visioni di costruzioni e progresso.

Fu così che chiese aiuto al suo “amico” infernale per la costruzione del Ponte dei Diavoli, che ancora adesso fa bella mostra di sé nel pieno centro di Salerno. Stando alla leggenda, il mago e il demonio lo tirarono su in una sola nottata.

E, ancora una volta proprio come il professor Faust, Barliario non aveva un’anima cattiva, nera e limitata ad una visione malefica dell’esistenza. Fu così che, in vecchiaia, si pentì di tutto quanto aveva fatto e vestì la tonaca benedettina. Differiscono, qui, le diverse versioni del mito: c’è chi colloca prima – e quindi come causa scatenante del pentimento – la morte dei due nipotini Fortunato e Secondino nel suo laboratorio e chi, invece, la colloca dopo la conversione come “ritorsione” da parte dell’amico satanico “tradito” che, proprio Mefistofele con Faust, non riusciva ad accettare la beffa finale, la redenzione e l’assunzione tra i giusti dell’ex stregone.

Il ponte, che in realtà è un acquedotto costruito in epoca longobarda con la tecnica dell’arco a ogiva, è stato per secoli lo sfondo ideale per i “conti”, fantastici e misteriosi, dei salernitani.

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