E così divenni furia non mortale: il mito di Palinuro

La Terra Promessa dall’epica di Virgilio alla rassegnazione di Ungaretti
di Giovanni Vasso - 20 Maggio 2016
E così divenni furia non mortale: il mito di Palinuro

La storia di Palinuro, nocchiero di Enea alla ricerca della Terra Promessa che finisce sacrificato a vantaggio della tranquillità dei compagni (e per questo consegnato a un destino perfido), è un topos letterario che attraversa i secoli, da Virgilio prosegue fino a Ungaretti e si intreccia con l’evoluzione delle leggende arcaiche (e semi autoctone) dell’area della costa del Cilento.

Il racconto del sacrificio, inconsapevole, di Enea è contenuto nel Quinto Libro dell’Eneide mentre il destino del timoniere è vaticinato dalla Sibilla nel Sesto Libro. Venere, madre del Troiano, ottiene da Nettuno che la navicella dei profughi d’Ilio proceda sana e salva dalla Sicilia al Lazio ad onta dell’ira inestinguibile di Giunone. Proprio Palinuro, in apertura del quinto libro, aveva avvisato i compagni “dall’alta poppa”. “Ahimè, qual cerchio di nembi intorno! E che ci arrechi ancora Padre Nettuno!”.

È alla fine di quel Libro che Palinuro incontra il suo destino. Dopo i giochi in onore di Anchise, padre di Enea, la nave riparte dalla corte di re Aceste che pure a Troia aveva le sue radici. Scende la placida notte e il dio decide di pretendere il sanguinoso obolo. Assume la forma del troiano Forbante e gli suggerisce di cedere al sonno. Il nocchiero resiste: “Credi forse che ignori l’insidiosa calma dal mare? E tu vorresti ch’io mi affidassi a quel mostro ingannatore? Enea gli affiderò, io, tante volte dall’aure infide e dal sereno volto delle stelle ingannato?”.

Ingannato finì lui. “Il Nume un ramoscello trasse dell’onda del Leté rorido, e quello, di stigio influsso soporoso e molle, sulle tempie gli scosse”. Il sonno, irresistibile, si impadronì del suo corpo e della sua mente. E colò a picco in mare, lasciando la nave a zigzagare tra le onde del golfo di Policastro ma sicura della protezione di Nettuno.

Ma il mare non lo ghermì. Tre giorni vagò tra le onde fino a che raggiunse la costa. Qui gli abitanti indigeni della zona, scambiandolo per un terrifico mostro dei flutti, lo ammazzarono senza pietà lasciandone il corpo insepolto, ultimo e definitivo affronto della sorte a un uomo pio.

È nel Sesto Libro, dove Enea scende nell’Averno insieme alla Sibilla, che avviene il secondo (e ultimo) incontro con Palinuro. Questi è disperato. Seppur morto non può varcare le soglie dell’Oltretomba. Perché accade che l’ingresso ai Campi Elisi è vietatissimo ai defunti “nudi”, insepolti. Palinuro prega perciò Enea di “gettare un po’ di terra” sul suo corpo che, però, manco egli sa dove sia finito. Il pio troiano vorrebbe tornare al porto di Velia ma la Sibilla li ferma entrambi e profetizza che gli assassini di Palinuro, le loro famiglie e il loro popolo saranno colpiti da incredibili prodigi e drammatiche sventure fino a che non verrà a lui dedicato un monumento funebre. Sibilla chiede a Palinuro di farsi forza perché tutto ciò accadrà e lo spirito di questi comincia a ritrovare pace.

A Palinuro, ai suoi drammi e patimenti, darà voce secoli e secoli dopo il grande poeta Giuseppe Ungaretti nel Recitativo a lui dedicato. “Tale per sempre mi fuggì la pace\per strenua fedeltà decaddi a emblema\di disperanza e, preda d’ogni furia,\riscosso via via a insulti freddi d’onde,\ingigantivo d’impeto mortale,\più folle d’esse, folle sfida al sonno”. È, questo, brano tra i più potenti della poesia che sembra vicina a occhi profani allo stile dei Fantasmi di Spoon River, quello dei morti che si fanno l’epitaffio. E perciò, dato che stanno ‘o munno d’a verità, autentico.

Per Ungaretti, quella di Palinuro è la storia che sottende la vana ricerca che ogni uomo ha intrapreso da sempre ossia quella della “Terra Promessa”. Il poeta, sulle tracce virgiliane, ha studiato e conosciuto a fondo i luoghi tra Paestum e Palinuro, tra l’Averno e Cuma e in questi ha cercato una sorta di Agarthi. Senza trovarla.

E nel destino di Palinuro, che tramuta in quella roccia oggi conosciuta come il Cenotafio del nocchiero, iscrive il suo: “Erto più su mi legava il sonno,\dietro allo scafo a pezzi della pace\struggeva gli occhi crudeltà mortale;\piloto vinto d’un disperso emblema,\vanità per riaverlo emulai d’onde;\ma nelle vene già impietriva furia\crescente d’ultimo e più arcano sonno,\e più su d’onde e emblema della pace\così divenni furia non mortale”.

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