Per le strade e sulle spiagge, il tarallaro e il cesto di biscotti

Uno dei mestieri della tradizione campana, traccia di un dolce passato
di Giovanni Vasso - 12 Luglio 2015

Canottiera smanicata, bianca. Catenaccio dorato al collo, improbabile pinocchietto e mani impicciate da tubi plastici pieni pieni di cerchi dorati dal sole rovente dell’asfalto e glassati allo zucchero. Tra i mestieri della tradizione, quello del tarallaro – cioè del venditore (abusivo) dei biscotti della tradizione campana – ha conosciuto un’evoluzione tanto nota quanto inconfessata. Messa all’indice e distrutta dalla grande distribuzione, l’arte sua il tarallaro la svolge, visibilissimo, in estate. Dove punta, cerca e frequenta le code, il traffico, le auto in sosta forzata e forzosa. Spesso all’uscita delle autostrade, per le vie del mare. Nel weekend, quando tutti vogliono concedersi una giornata sul bagnasciuga e chissenefrega se si sta tutti schiacciati peggio delle sardine che, al largo, invece se la ridono.

Non è stato sempre così. Una volta quello del tarallaro era, al pari di altri mestiere come quello dell’acquajuolo (quello dell’acqua sempre fresca), dell’impagliaseggie (che finiva sempre per sapere i casi di tutti), un’istituzione. Girava per vicoli, strade, rioni e quartieri con il canestro in mano pieno pieno di biscottoni caldi, più spesso nella versione salata, quella ‘nzogna e pepe.  

Fatalmente la figura del tarallaro ha simboleggiato il passaggio – spesso drammatico – dalla tradizione, dai “tiemp’ belli ‘e na vota” al frastuono della modernità che standardizza, capitalizza e uniforma. E si è incarnata in un uomo la cui storia s’è sublimata in musica grazie all’indimenticabile Pino Daniele, Fortunato ‘o tarallaro. Il brano, che s’intitola proprio “Fortunato”, è presente nell’album Terra Mia, quello di Napule è per intenderci. E sebbene meno conosciuta di quest’ultima, questa canzone non è meno struggente. Si tratta di un tributo al tarallaro, l’ultimo della tradizione, che girava per Spaccanapoli, voltava per le traverse di Piazza del Gesù, orbitava attorno a Santa Chiara. Fortunato che “tene ‘a robba bella, nzogna nzogna!”, che “saluta senza penzà” perchè – e oggi il solo dirlo è un’eresia – “Napule è comme a ‘na vota ma nuje dicimmo c’adda cagnà”.

Un tempo che pare lontano secoli e che pure la voce inconfondibile di Pino Daniele ha consegnato alla musica solo nel 1977, manco quarant’anni fa. Quando qualche tarallaro sopravviveva ancora, insieme agli ultimi sussulti di una vita lenta, larga e in fondo dolcissima che nessun computer potrà restituire. 

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