Sant’Antonino Abate, il Patrono di Sorrento

Tra storia, fede e miracoli, la devozione di un'intera comunità per il monaco benedettino
di Marina Indulgenza - 24 Gennaio 2018
Sant’Antonino Abate, il Patrono di Sorrento

Antonino Cacciottolo, il futuro Sant’Antonino Abate, nacque nella seconda metà del VI secolo nel Casale San Silvestro di Campagna d’Eboli, in provincia di Salerno.

Ben presto lasciò il suo paese per recarsi a Cassino, dove si unì all’ordine dei benedettini. Tuttavia, quando il monastero fu invaso e saccheggiato dai longobardi nel 589 d.C., mentre gli altri monaci si rifugiarono a Roma da Papa Pelagio II, Antonino vagò per la Campania fino a stabilirsi a Castellammare di Stabia, ospite del Vescovo Catello, futuro Patrono della città, con cui strinse un forte legame di amicizia al punto che gli fu affidata la diocesi di Stabia.

Tuttavia, il richiamo alla vita monastica era così forte che Antonino di ritirò sul Monte Aureo - l’attuale Monte Faito - e visse in una grotta naturale per anni, cibandosi di erbe. Ben presto, fu raggiunto nel suo eremitaggio anche da San Catello che, da allora, si dedicò sporadicamente alla cura della diocesi.

La storia racconta che un giorno a entrambi apparve l’Arcangelo Michele, il quale disse loro di costruire una chiesa in quel punto esatto del Faito che, oggi, si chiama Monte S.Angelo o Punta S.Michele. I due amici costruirono una prima chiesa in pietra e legno e qui accolsero, inizialmente, solo pastori e agricoltori. Ben presto, però, San Catello fu costretto ad abbandonare l’ eremo perché accusato di aposasia e culti idolatrici e fu messo in prigione da Papa Sabiniano. Dopo breve tempo, grazie a Papa Bonifacio III, fu prosciolto dalle accuse e tornò a Stabia dove ampliò la chiesa sul monte che, ben presto, divenne meta di intensi pellegrinaggi, soprattutto dalla popolazione della vicina città di Sorrento, dove Sant’Antonino si trasferì e trascorse l’ultima parte della sua vita come Abate del Monastero Benedettino di Sant’Agrippino, compiendo diversi miracoli (anche in vita) che ne accrebbero la fama.

Tra questi, uno dei più importanti riguarda un fanciullo che, mentre giocava con altri bambini sulla spiaggia di Sorrento, fu inghiottito da un pesce enorme. La madre, disperata, corse a chiedere aiuto a Sant’Antonino e questi, per tutta risposta, chiede ai pescatori di condurre il mostro marino al suo cospetto. Una volta che lo ebbe davanti ai suoi occhi, il santo gli ordinò di restituire il bambino. Il pesce iniziò a vomitare e, dalla sua bocca, uscì il fanciullo sano e salvo.

Dopo la sua morte, avvenuta il 14 febbraio del 625 d.C., per volere dello stesso Santo, i resti furono collocati sul bastione della cinta muraria. Qui i fedeli eressero una Basilica in suo onore, ricca di dipinti che testimoniano l'amore di Sorrento per Sant’Antonino e tutto quello che lui aveva fatto per la cittadinanza, come la preservazione dalla peste, la liberazione dal colera, la liberazione degli indemoniati e , soprattutto, la sua intercessione nel 13 giugno 1558, quando la città fu presa d’assalto dai pirati saraceni che uccisero e rapirono un numero cospicuo di persone. Chi riuscì a scampare il pericolo, infatti, attribuì la propria salvezza al santo protettore Sant’Antonino. Si narra, inoltre, che i sopravvissuti, per ringraziarlo e onorarlo, commissionarono all’artista Scipio di Costantio la realizzazione di una statua d’argento con le sembianze del loro protettore in sostituzione di quella depredata dai saraceni. Il popolo, tuttavia, non aveva denaro a sufficienza e, per questo, l’opera rimase momentaneamente incompiuta. Poco tempo dopo, però, si dice che lo scultore fu saldato della cifra mancante dallo stesso Sant’Antonino a testimonianza, ancora una volta, dell’immenso amore per la sua gente.

Ancora oggi, nel giorno in cui la Chiesa lo celebra, ovvero il 14 febbraio, una folla interminabile di fedeli, provenienti da tutta la penisola, raggiunge la Basilica di Sorrento per partecipare alle funzioni e scendere nella cripta, il cosiddetto “succorpo”, che ospita le spoglie di Sant’Antonino, per segnarsi con l’olio benedetto con il quale è unta la lamina d’argento, posta dietro la statua del Patrono. Dalla Basilica, poi, parte la processione della statua d’argento, portata a spalla dagli uomini di mare di Marina Piccola.

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