La rosa antica di Pompei

Il volume edito da L'Erma che racconta del profumo degli dei e del fiore prediletto da Venere
di Maria Cristina Napolitano - 16 Maggio 2016

Non solo monumenti ed opere dall'immenso valore storico-archeologico ma anche un altrettanto immenso patrimonio immateriale, da questo punto di vista l'eredità della città antica di Pompei non ha eguali nel panorama mondiale. Gli studi sulla rosa, uno dei fiori che sin dall'antichità è stato tra i più amati e celebrati, arricchisce il bagaglio di ricerche sulla botanica in cui Pompei si è affermata come precorritrice grazie agli studi portati avanti dal Laboratorio di Ricerche Applicate istituito da Annamaria Ciarallo.  

Il volume "La rosa antica di Pompei", parte della collana di Guide tematiche edite da «L'Erma» di Bretschhneider, è nato dalla collaborazione del suddetto Laboratorio con il Dipartimento di Agraria dell'Università di Napoli Federico II e si compone di una serie di contributi a firma di Ernesto De Carolis, attuale direttore del Laboratorio, Gaetano Di Pasquale, Ricercatore di Botanica archeologica del Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II e Alessia D’AuriaAdele Lagi, Responsabile Unesco della Soprintendenza Pompei e Carlo Avvisati, giornalista e cultore di storia e costume dei territori vesuviani. La presentazione è a cura del Soprintendente Archeologo Massimo Osanna mentre la postfazione di Michele Fiorenza dell'Associazione La rosa antica di Pompei

La presentazione, curata dalla Dott.ssa Archeologa Laura Del Verme, si è svolta nell'incantevole giardino di rose di Villa Silvana a Boscoreale alla presenza del Prof. Mario Torelli e con un piacevolissimo intermezzo musicale del maestro Peppe Barra.

Il volume. Uno dei centri produttivi nel Mediterraneo della rosa è stato proprio la Campania che ha mantenuto il primato produttivo per diversi secoli. Gli usi del fiore sono stati svariati nell'antichità, da pianta ornamentale, agli usi sacri, alimento per ricette raffinate, essenza per profumazioni, medicamento e, in astratto ovviamente, soggetto per poeti e pittori. Basta pensare alle tante pitture pompeiane in cui compare la rosa: magistrali quelle della Casa del Bracciale d'Oro di Pompei o della Venere in Conchiglia o la Casa dei Quadretti Teatrali, che guardano all'esempio romano nella Villa di Livia a Prima Porta. Non mancano raffigurazioni secondarie del fiore: nicchie di larari legati a simboli dionisiaci o isiaci oppure semplici elementi decorativi come i boccioli di rosa che accompagnano gli Eroti in uno dei più belli ambienti di Villa Arianna.

Come ha spiegato Adele Lagi, la rosa è stata ampiamente utilizzata nelle profumazioni, già in Omero si ritrova l'utilizzo dell'essenza di rosa sul corpo del martoriato Ettore per evitare che i cani ne facessero ulteriore scempio. La Campania produce molto profumo ed ha permesso che si studiassero anche i piccoli contenitori in cui era veicolato e che si ritrovano nel bacino del Mediterraneo, segno delle rotte commerciali. In Plinio si legge che spesso i profumieri scaltri, dopo aver fatto annusare sul polso il profumo di rosa, spacciavano per rosa qualunque altra essenza, lucrando sulla vendita. Mirabile per capire l'attività di produzione è l'affresco della Casa dei Vettii con gli amorini profumieri.

Ma anche da un punto di vista agronomico, Matteo Lorito e Gaetano Di Pasquale del Dipartimento di Agraria della Federico II hanno spiegato che la rosa è stata la prima pianta ornamentale il cui genoma è stato completamente sequenziato, informazioni che sono servite per estrarre l'essenza, fare tecnologia, produzioni. Si tratta per lo più a Pompei, tra le 20.000 varietà esistenti del fiore, della rosa rossa a fiore doppio, la più diffusa, tipica dell'estremo Oriente, chissà dunque che anche la rosa, come il pesco, non provenga in Europa dalla Cina.

Antico e moderno, storia e costume, produttività ed arte, sempre si intrecciano nella storia dei paesi vesuviani, che, unici, riescono a raccontarci delle più minute sfaccettature del mondo che fu. 

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