Realtà o immaginazione: il gigante di Cuma

‘Il più grande artista del mondo’ di Brigataes al Museo Archeologico di Napoli
di Maria Cristina Napolitano - 03 Marzo 2015
L'artista più grande del mondo

Ossa umane appartenenti ad un individuo vissuto in epoca preistoria e alto circa 24 metri sono esposte nella Sala della Meridiana del Museo Archeologico di Napoli. Era il 1938 quando gli operai dell’archeologo Amedeo Maiuri scoprirono nei pressi del Tempio di Giove, sull’acropoli di Cuma dove i greci avevano posto l’area sacra della città, degli imponenti resti ossei relativi al cranio, alla mano e al femore di un individuo vissuto quarantamila anni fa che aveva lasciato tra l’altro a pochi passi da sé una lastra in pietra con traccia di pittura rupestre in cui vi era una forma simbolica e sconosciuta.

Proprio da questa traccia dipinta paragonata all’enorme dimensione della mano si è ritenuto che lo scheletro appartenesse al più grande artista della storia dell’uomo.

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Questo incredibile rinvenimento doveva essere esposto nel museo napoletano già nell’anno della scoperta ma lo scoppio della guerra fece sì che il sensazionale uomo del passato rimanesse sepolto nuovamente, questa volta negli scantinati polverosi del museo. È stato grazie ad un artista contemporaneo Brigataes, che per la seconda volta, l’artista più grande del mondo e ritornato alla luce.

Brigataes ha scoperto un faldone durante una sua ricerca archivistica che conteneva la documentazione dello scavo e le indicazioni sulla collocazione delle ossa in una sezione remota dei magazzini. È opera sua dunque la riscoperta di questo incredibile essere umano documentata anche nell’esposizione da un filmato dell’Istituto Luce in cui i vedono gli istanti del rinvenimento sotto gli occhi sgomenti degli addetti allo scavo.

Una scoperta eccezionale, quasi come i resti di alieni venuti dalla spazio. L’esposizione molto lineare, sintetica, essenziale, convince moltissimo ma a guardar meglio quelle enormi ossa ci si domanda se siano vere o mene. Ed infatti si tratta di una finzione, una incredibile ironica menzogna inventata di sana pianta da Brigataes, sigla di produzione estetica creata da Aldo Elefante, che ha costruito questa fantomatica scoperta proprio lì dove la Sibilla cumana profetizzava sul futuro degli uomini e in quella terra, i Campi Flegrei, dove gli antichi localizzavano la battaglia tra i Giganti e gli dei per il controllo di una pianura particolarmente fertile.

In realtà (o in finzione) quello che viene esposto è uno stimolo a guardare al problema della verità dell’arte e della sua falsificazione. L’incredibile installazione artistica usa l’espediente narrativo del rinvenimento accidentale, mette insieme verità documentale attraverso il filmato ricostruito nei modi tipici dell’Istituto Luce, in cui compaiono dei veri addetti ai lavori e l’artista stesso che si sono prestati per il ruolo. Rivivono così gli archeologi degli anni ’30, Maiuri e il paleontologo von Koenigswald sotto i cui attenti occhi si svolse la scoperta. Tutta, rigorosamente e accuratamente falsa.

Sono invece veri i testi messi a corredo dell’esposizione, tra i manoscritti La Gigantologia del frate Emiddio Manzi che servono a convincere lo spettatore sull’ottima riuscita dell’installazione artistica se pure non del tutto della sua veridicità.

La mostra resterà aperta fino al giorno 9 marzo 2015. 

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