Pompei: Picasso stregato da Villa dei Misteri

Il racconto del soggiorno partenopeo dell'artista
di Marina Indulgenza - 30 Agosto 2016
Pompei: Picasso stregato da Villa dei Misteri

Nei primi anni del ‘900 Pompei è una città in pieno fermento: il progresso degli scavi, le nuove scoperte, la suggestione dell’antico, il fascino delle rovine, diventano un polo di attrazione per artisti e intellettuali da ogni dove.

Non meraviglia quindi che in questo periodo subisca il fascino della città campana anche il padre per eccellenza del Cubismo, il pittore Pablo Picasso, che nel corso del suo primo viaggio in Italia si reca in visita agli scavi di Pompei con gli amici Jean Cocteau e Léonide Massine. Sono questi gli anni del Primo Conflitto Mondiale e l’artista spagnolo risiede a Parigi dove Cocteau lo coinvolge nella realizzazione delle scene e dei costumi di “Parade”, il nuovo balletto che sta allestendo per la compagnia dell’impresario russo Sergej Djagilev.

Poiché le prove del balletto si tengono a Roma, nel febbraio del 1917 entrambi partono alla volta della capitale italiana e qui Picasso incontra i futuristi e gli artisti della Secessione, ma viene anche impressionato dall'arte rinascimentale e classica che lo indirizzano verso una nuova svolta stilistica, il “periodo neoclassico”, che trova il suo compimento nella permanenza a Napoli e nella visita a Pompei.

Qui Picasso scopre una pittura senza schemi, legata al piacere di vivere e muove i primi passi del suo percorso iniziatico proprio tra le rovine della città antica, completamente “sedotto e affascinato” così come lo descrive Cocteau in una lettera alla madre (Picasso non lascerà traccia scritta di questa esperienza).

Quello che però lo colpisce maggiormente sono gli straordinari affreschi di Villa dei Misteri (scoperta nel 1909) restituendone fantasie e suggestioni in due quadri emblematici, dipinti cinque anni dopo questo viaggio: “Le Bagnanti” e “La Corsa”, in cui le donne ritratte rimandano alle Ninfe o alle Baccanti durante l’iniziazione dionisiaca. Di questo percorso resteranno anche sei fotografie: la più significativa, scattata da Cocteau che immortala Picasso in giacca e gilet neri mentre fuma la pipa e Massine, la star dei balletti russi, in piedi dietro di lui, ispirerà il “Flauto di Pan”, dipinto dal maestro nel 1923 e conservato nel Museé National Picasso di Parigi. Il dipinto ritrae due giovani dai corpi monumentali, che però mostrano un equilibrio classico filtrato dall'arte dell'antica Grecia.

Per la sua genesi l'artista recuperò l’antica leggenda della ninfa Siringa, che per sfuggire alle brame del dio Pan si trasformò in canne palustri e Pan, affascinato dal suono di queste canne, le tagliò per farne un flauto che porta il nome della ninfa.

Nel capoluogo campano Picasso soggiorna all’Hotel Vesuvio e trascorre le sue giornate passeggiando tra il Borgo di Santa Lucia, i vicoli Forcella e la Galleria Umberto I. Ed è in questi luoghi, tra queste strade, che si imbatte più volte nella figura di Pulcinella che si offre in spettacolo ai passanti e resta così profondamente colpito da questo personaggio in abito bianco e maschera nera, simbolo dell’anima di un’intera città, al punto che questo suo interesse culminerà nel 1920 con la realizzazione dei costumi per il balletto "Pulcinella" con le coreografie di Léonide Massine e le musiche di Igor' Stravinskij.

Pulcinella però non è l’unica maschera della Commedia dell’Arte con cui Picasso instaura un legame speciale: anche con Arlecchino condivide diversi aspetti legati alla sua personalità e già a partire dagli inizi del secolo la maschera diventa il personaggio centrale di alcuni suoi dipinti fino all’opera che rappresenta il culmine di questo percorso, ovvero l’ “Arlecchino con specchio” (1923) - fa parte della collezione permanente del Museo Thyssen Bornemisza di Madrid - in cui è possibile riscontrare la perfetta sintesi di tre personaggi: l’abbigliamento aderente da acrobata rimanda al mondo di saltimbanchi e dei funamboli; la maschera del volto che è quella impiastricciata di Pierrot; l’unico riferimento ad Arlecchino, ovvero il cappello a due punte che il fanciullo sembra aggiustarsi con la mano mentre si guarda allo specchio.

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