La Capera, un esempio di emancipazione e riscatto al femminile

Mestiere simbolo della tradizione napoletana, si diffuse a partire dall'800
di Marina Indulgenza - 07 Marzo 2017
la capera napoli

Di norma, attenendoci a quello che è un’immaginario collettivo prettamente partenopeo, quasi sempre al termine “capera” associamo la connotazione negativa di una donna pettegola e ficcanaso. Tuttavia, prendendo spunto da un'affermazione del grande Italo Calvino, il quale asserisce che "solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose, ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto", se risaliamo fino alle origini di questo termine ci troviamo di fronte, non senza stupore, a un primo e significativo tentativo, in chiave moderna, di riscatto sociale al femminile.

La Capera non era altro che una parrucchiera a domicilio che apparteva alle categorie dei mestieri che si diffondono a partire dall’800 nella città di Napoli. Questa donna lavorava tutto il giorno a domicilio passando da un’abitazione a un’altra, portando con sé forbici, mollette, forcine d’osso, un paio di pettini di metallo, particolari pinze che una volta riscaldate venivano utilizzate per lisciare o arricciare i capelli e l’immancabile “pettenessa”, il grosso pettine ricurvo che serviva per fissare i capelli più “ribelli”.

La sua emancipazione risiede nel fatto che, grazie al suo lavoro, poteva non solo mantenere se stessa, ma anche la sua famiglia. La sua versatilità, inoltre, le permetteva adattarsi ad ogni tipo di ambiente: nelle case più altolocate, ad esempio, il suo vestiario era decisamente più curato e il suo linguaggio, per quanto possibile, più forbito, con sporadiche incursioni dialettali per divertire le clienti, senza mai esagerare.

Per la Capera, che era in generale una donna esperta di bellezza – un’antesignana delle moderne “beauty consultant” – tanto che all’occorrenza si occupava perfino del trucco delle signore che pettinava, la capacità di intrattenere le persone, oltre alla professionalità, era senza dubbio un aspetto molto importante per entrare in confidenza e, in un certo senso, “fidelizzare” la clientela. Una Capera era una buona ascoltatrice e un vero e proprio confessore che però non riusciva a mantenere i segreti che le confidavano e che, puntualmente, venivano raccontati di casa in casa in una spirale di pettegolezzi e di “inciuci” che non aveva fine. Esordendo simpaticamente con “nun me facite parlà”, la Capera iniziava la sua carrellata di notizie più o meno riservate e confidenziali, per un gossip tutto partenopeo. Fu proprio per questo motivo che nel dialetto napoletano, quando di una donna si dice “va girando come una capera”, si vuol sottolineare, in maniera dispregiativa, la natura di pettegola porta a porta.

La Capera, inoltre, non si limitava solo alla moda e alle chiacchere, ma spesso dava consigli medici e personali e, all’occorrenza, anche numeri a lotto, come ci racconta Matilde Serao: “Le cosiddette capere dal grembiule arrotolato attorno alla cintura, dalla testa scapigliata, dalle mani unte, che pettinano per un soldo al giorno, portano in giro i numeri alle loro clienti, ne ricevono in cambio degli altri, sono il portavoce dei numeri”.

Infine, per guadagnare qualche soldo extra alcune si dedicavano anche alla “magia” preparando sortilegi d’amore e pozioni per far innamorare ignare fanciulle, prelevando ciocche di capelli a loro insaputa,

La popolarità di questo personaggio divenne tale che nel 1916 il grande Raffaele Viviani dedicò a lei una delle sue più famose macchiette, recitata in abiti femminili: “Prezzetella ‘a capera” (Brigida la pettinatrice), dove si descrive, con la maestria del linguaggio partenopeo del tempo, la classica popolana che non scherza affatto quando si parla dell’onorabilità della donna.

La Capera sarà avvistata fino agli anni Cinquanta del Novecento per le strade di una Napoli ancora devastata dall’ultima guerra dove, seduta su un sedia improvvisata, la si vedrà affondare il pettine sulle teste piccole e rotonde dei “boys”, i ragazzi neri, e tra urla, canti e sorrisi forzati tirare loro i ricci, sputare sui denti della “pettenessa” per allisciare meglio i capelli e poi cospargerli di brillantina.

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