"Dal Porticato", la raccolta di esordio di Ottavio Mirra

Una serie di racconti testimoni di un universo narrativo caratterizzato da una forte componente empatica
di Valerio Boffardi - 10 Febbraio 2020

Le raccolte di racconti, rispetto ai romanzi, sono più difficili da collocare sul mercato editoriale. Le storie brevi richiedono meno tempo per essere lette ma, a causa della ridotta lunghezza della narrazione, devono riuscire subito a colpire nel segno.

“Dal porticato”, la raccolta d’esordio di Ottavio Mirra, edita da ‘’Il seme Bianco’’, è un esempio ben costruito: ciascuna storia riesce, con poche parole, a delineare un universo narrativo distinto.

I personaggi e le situazioni descritte sono molto eterogenei, ma esiste un elemento che unisce tutti i racconti: la capacità dell’autore di creare empatia con tutte le categorie di persone.

Prostitute, piromani, finti invalidi, ma anche persone comuni o impiegati frustrati: Ottavio Mirra mette tutti sullo stesso piano, grazie all’uso frequente della prima persona e all’utilizzo di una prosa diretta, che aiuta il lettore a non esprimere giudizi e che rende il libro, allo stesso tempo, più omogeneo di quanto si possa pensare.

A tal proposito, abbiamo rivolto qualche domanda di approfondimento direttamente all’autore.

Nei racconti della tua raccolta, emerge più volte l'elemento del mare. Cosa rappresenta per te? 

Il mare è un elemento che mi accompagna da sempre, sin da piccolo. Al liceo ho cominciato ad andare sott’acqua e ho continuato per decenni. Poi ho incontrato la vela che pratico con regolarità da circa vent’anni.  Al rientro dalle lunghe veleggiate, in solitario, mi sento completamente soddisfatto e in pace con me stesso. Capisco che può sembrare banale e scontato, ma sono esattamente le sensazioni che provo. Detto questo, è facile capire cosa rappresenti per me il mare: un elemento imprescindibile.

Sembra che il comune denominatore dei  tuoi personaggi sia quello di sentirsi sempre nel posto e nel tempo sbagliati. Livia detesta tornare sull'isola dove è nata. In maniera speculare, Salvatore vorrebbe tornare indietro nel tempo, intrappolato com'è in un matrimonio che sembra tentennare. Simonetta è nata con un corpo in cui non è a suo agio. Il signor Moreau ha difficoltà a parlare. Milosz deve fingersi cieco in un paese che non è il suo. Cosa ne pensi?

La vita va guardata in faccia per quella che è. Il comune denominatore, non solo dei personaggi, ma del genere umano è rappresentato, a mio avviso, dalla ricerca continua, quasi quotidiana, di equilibrio tra quello che siamo e ciò che ci accade. E ciò che ci accade spesso non ci piace. Non è il nostro luogo, né il nostro tempo. Non ci piace un lavoro che siamo costretti a svolgere, il ricordo di un evento, un amore tradito. In fondo viviamo a stretto contatto con la sconfitta che quotidianamente tentiamo di tenere a bada. Così ognuno dei personaggi che hai citato, vive la propria personale sconfitta e ognuno si adatta o reagisce alla ricerca di quell’equilibrio.

"L'imitatrice" , il racconto più breve della raccolta, è, in realtà uno dei più complessi. Una pianta somiglia ad ulivo ma non dà frutti: un simbolo del conformismo?

 Sì, la pianta che pervicacemente imita l’ulivo, vuole simboleggiare la sofferenza di chi, non accettandosi, fa carte false per conformarsi a un modello vincente. Quanto più si sforza di apparire ulivo, tanto maggiore sarà il prezzo da scontare: la condanna a vivere la vita di altri. Anche in questo racconto, in fondo, la sconfitta fa da protagonista.

Leggendo "il sicomoro", si parla di un uomo sull'orlo della follia. Separato, in declino economico, è deciso a compiere un gesto estremo. Eppure, non si riesce a giudicarlo. Puoi descrivere come è nato questo personaggio?

Quando racconto di situazioni estreme o di personaggi di apparente dubbia moralità, mi sforzo di non puntare il dito, ma solo di rappresentare una situazione. Quanto al personaggio de “Il Sicomoro”, posso dire che è nato, come spesso accade, all’osservazione della realtà. La vicenda è totalmente frutto di fantasia, ma le tensioni e le sofferenze che derivano dalle separazioni, dal declino economico e dal contenzioso legato all’espropriazione immobiliare, materie di cui mi occupo per lavoro, sono fortissime, e non è affatto escluso che, soggetti travolti dagli eventi, possano compiere gesti inconsulti.

"Spiragli", il racconto più lungo e articolato, segue la storia di Sante Travaglio, funzionario di primo livello. Si descrive, da un lato, la carriera, l'ossessione per il lavoro e la vita perfettamente inquadrata. Dall'altro, il desiderio di libertà alla quale, inevitabilmente, rinuncia. Secondo te, si decide di essere come Sante Travaglio, o è il mondo lavorativo di oggi, con i suoi ritmi sempre più incalzanti, a spingerci a mettere da parte noi stessi?

Credo che nel caso di Sante Travaglio non siano stati i ritmi lavorativi a renderlo così com’è, ma la causa va ricercata più probabilmente nel forte condizionamento, prima familiare e poi sociale, che l’ha indotto a non deragliare mai. Anzi, ha fatto di lui un paladino delle convenzioni che si ritrova però, improvvisamente, a fari i conti con altro. Detto questo, il ritmo lavorativo di oggi, la fortissima competizione che genera in ogni campo, non lascia spazio per la cura di sé. Per molti, anche i rapporti sociali che coltivano sono spesso influenzati dalla possibile ricaduta positiva nell’ambito lavorativo, sicché della giornata, e poi dei mesi e degli anni, non sopravvive neppure un momento per ricordarsi di quello che si è o si è stati. Il problema è che tutto questo, prima o poi, si paga.

Simonetta è la protagonista di un commovente racconto: ti sei ispirato ad una persona conosciuta di persona? Cosa pensi della questione transgender?

“Simonetta” prende spunto da un fatto di cronaca di qualche anno fa che mi colpì particolarmente, sia per la crudezza dell’evento che per l’età dei protagonisti. Il racconto, tranne che nell’epilogo, è però frutto di fantasia. Ho immaginato, verosimilmente, il percorso di vita e gli eventi che più l’hanno caratterizzato. Per quanto riguarda i transgender e più in generale l’omosessualità, dipendesse da me, la “questione” non esisterebbe. Non indago le ragioni biologiche, scientifiche, psicologiche che sono alla base, perché non sono assolutamente in grado di farlo. So che è uno stato, e tanto mi basta. Purtroppo so anche che discriminazioni, odio e fango nei confronti di presunti diversi, e più in generale dei deboli e degli ultimi (oltre che degli avversari politici), sono riemersi con un’aggressività e un furore inimmaginabili solo qualche anno fa. Una febbre dalla quale spero si guarisca al più presto e non degeneri nella gravissima malattia che ha infettato l’Europa nella prima metà del secolo scorso.

Ottavio Mirra vive a Capua, in provincia di Caserta. E' padre di due figli, velista e avvocato, il tutto rigorosamente in quest'ordine. Ama leggere. Nel 2016 ha vinto i premi letterari Racconti nella Rete e Terre di Lavoro – Racconti dal presente. Nel 2018 invece è stato selezionato tra i primi venticinque nell'ambito del premio letterario Zeno e tra i primi cinque per il premio Nautilus. Suoi racconti sono stati pubblicati in diverse antologie. Dal porticato è la sua raccolta d'esordio.