Streghe, janare e leggende beneventane

Le sponde del fiume Sabato e San Lupo teatro di storie antiche, tra le più avvincenti in Campania
di Maria Cristina Napolitano - 15 Ottobre 2014
Streghe beneventane

Un albero di noci, la notte di Natale, la sponda di un fiume nell’oscurità della notte, tempi bui e superstiziosi, questi gli ingredienti di una delle più avvincenti leggende campane: le streghe di Benevento.

Si racconta che si riunissero sotto un immenso albero di noci lungo le sponde del fiume Sabato, dove si venerava il demonio sotto forma di cane o caprone.

È una leggenda antica, di cui nella storia si perdono le tracce. Pare risalga al XIII secolo, la credenza diffusa in Europa secondo cui nelle terre beneventane avvenissero incontri tra le streghe italiane. Di certo si tratta di una storia che è stata d’ispirazione per scrittori, artisti e che continua ad avere un certo fascino. E mistero.

Queste donne erano fattucchiere capaci di compiere incantesimi e malefici, di preparare filtri magici e procurare aborti. Di giorno erano delle persone normali, ma di notte avveniva la trasformazione. Dopo essersi cosparse di un unguento magico potevano spiccare il volo a cavallo di una scopa di saggina essiccata. Tra le streghe, c’erano poi le janare che potevano incantare o sciogliere dai malefici. Ma queste avevano un segno distintivo, erano nate nella notte di Natale ed acquisivano il potere magico solo all’età di sette anni.

È probabile che la leggenda prenda le mosse da culti pagani per Iside, dea egizia della luna a cui Domiziano aveva fatto erigere un tempio. A sua volta, Iside incorporava Ecate, dea degli Inferi e Diana dea della caccia. Tutte queste divinità avevano rapporti con la magia. Forse il nome Diana spiegherebbe anche l’etimologia di janara.

Secondo Pietro Piperno, protomedico beneventano, l’origine delle streghe di Benevento va fatta risalire al VII secolo quando la città era ducato longobardo e gli invasori non rinunciarono alla loro religione, nonostante si fossero formalmente convertiti al cattolicesimo. È a loro che si lega un culto singolare: nei pressi del fiume Sabato veniva appesa ad un albero sacro la pelle di un caprone in onore di Wotan e per guadagnarsi il favore del dio, galoppavano intorno all’albero tentando di strappare brandelli della pelle che poi avrebbero finito col mangiare.

Un sacerdote di nome Barbato abbatté l’albero maledetto, strappandone finanche le radici, e al suo posto fece costruire una chiesa.

Da questo momento passarono alcuni secoli, in cui il cristianesimo e le sue forme di esorcizzazione dei riti e delle tradizioni pagane avevano segnato il solco in cui la leggenda avrebbe ripreso vita.

Si arriva così al momento di diffusione della credenza popolare, il XIII secolo, quando Matteuccia da Todi processata per stregoneria nel 1428 aveva testimoniato la pratica di riunioni di streghe a Benevento sotto un albero di noce.  Era rinato dunque, per opera del diavolo, l’albero maledetto abbattuto da San Barbato.

L’olio misterioso di cui le streghe facevano uso, si preparava in una caldaia la notte del venerdì presso il noce di Benevento, con l’aiuto del chimico Caronte, il diavolo più brutto che esisteva. Una volta pronta la pozione si rovesciava a terra o si distribuiva ai fedeli perché ne facessero il miglior uso.  Nei testi si legge che l’unguento era composto di olio dove era fatto bollire un rospo, una lucertola a due code, una forbicina, un cuore di gatta nata nella notte di San Giovanni e un pezzo di cordone ombelicale di una bimba nata nella notte di San Pietro.

Le streghe potevano penetrare nelle case delle persone a cui volevano nuocere, e potevano entrarvi attraverso la porta (termine che farebbe parte della radice della parola janara-janua-porta). Ecco perché all’ingresso delle case si era soliti in tempi antichi porre dei sacchi di sale o delle scope di saggina, perché le streghe una volta penetrate in casa si sarebbero fermate a contare le pagliuzze della scopa o i grani di sale, senza poterne venire a capo.  

In un paese della provincia di Benevento, San Lupo, si conserva nella toponomastica un luogo conosciuto come il Torrente delle Janare, attraversato da un ponte in pietra detto Ponte delle Streghe.

Secondo alcune leggende su questo torrente si svolgevano i sabba delle streghe beneventane e dopo una di quelle atroci notti venne rinvenuta una bambina data in adozione ad una coppia senza figli. Da fanciulla questa bambina fu oggetto di attenzioni, non ricambiate, di un uomo proveniente dal castello di Limata. Questi, vistosi rifiutare, iniziò a diffamarla dicendo di averla vista compiere pratiche demoniache. Il popolo aizzato dalle parole del messere, prese la povera piccola e la scaraventò dal ponte. Il corpo non si rinvenne mai.

Ma si giura che sia ritornata spesso e che si sia anche vendicata di uno dei discendenti dell’uomo di Limata, che per seguirla nel torrente non ha fatto più ritorno. 

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