La leggenda ebraica del Golem di Benevento

La cabala, un incontro straordinario e la vita eterna
di Giovanni Vasso - 22 Ottobre 2014
Der Golem

Cosa unisce il profeta della cospirazione Adam Kadmon, il papà del cinema espressionista tedesco Friedrich Wilheim Murnau a Benevento? La misteriosa cabala ebraica e un’altrettanto misteriosa cronaca medievale che riferisce della presenza, proprio sotto il Noce di San Barbato, di un Golem. Ma andiamo con ordine.

Siamo nel XII secolo. Da qualche decennio l’Europa s’è finalmente liberata dell’incubo del “Mille e non più Mille”, l’attesa spasmodica del Giudizio Universale che, tutti, si attendevano proprio all’inizio del secondo millennio dalla nascita di Gesù Cristo. Ahimaaz ben Paltiel è nato solo diciassette anni dopo lo sfumare della grande paura dell’anno Mille. Nasce a Capua, da una famiglia ebraica originaria di Oria, nel brindisino. Una volta diventato adulto, Ahimaaz decide di raccogliere tutte le storie della vivace comunità ebraica che, nei secoli, ha vissuto attraversando in lungo e in largo i territori legati all’Impero Bizantino. Racconta della vita quotidiana e delle mirabolanti storie dei rabbini che si sono trovati a solcare le strade polverose dell’Italia meridionale. E tra gli episodi, le leggende e i “conti” che il cronista ebraico scova e tramanda ai posteri c’è la leggenda del Golem di Benevento.

Secondo quanto riporta ben Paltiel, tre secoli prima che egli stesso nascesse, il rabbino Ahron di Baghdad fece, a Benevento, un incontro straordinario: durante il suo viaggio, infatti, s’imbatté in un Golem, una creatura magica, artificiale, creata dalla potenza esoterica di chi ha scoperto tutti, ma proprio tutti, i segreti della Qabbalah. Secondo il mito, chi padroneggia il sapere iniziatico nascosto nel Libro della Creazione, ha la possibilità di creare, dal nulla, un essere in grado di servire in tutto e per tutto, il suo padrone. Grazie al potere, vivificante e oscuro, delle Pergamene magiche. A dirla tutta, però, Ahimaaz ben Paltiel non è proprio così sicuro che il rabbino Ahron si sia imbattuto in un Golem. Più razionalmente (!) lascia intendere che, invece che un automa esoterico, il viaggiatore ebraico abbia conosciuto un ragazzo che aveva avuto in dono la vita eterna. Sempre grazie, manco a dirlo, al potere di una Pergamena.

Il Golem è una delle figure del mito più diffuse nel pantheon “profano” della mitologia ebraica. La leggenda ha ottenuto risonanza mondiale grazie al cinema dei primissimi anni del ‘900. Era il 1915 quando Paul Wegener decise di farci un film, oggi andato perduto tranne che per pochi frammenti. Riprenderà la storia più tardi, nel 1920 insieme a Carl Boese, ripartendo dalle origini dal racconto diffuso nel ghetto ebraico di Praga dove, per difendere le famiglie e la sua stessa gente dai frequenti pogrom, il rabbino Jehuda Low dona la vita al Golem, il cui compito sarà quello di diventare un paladino ma che, invece, avrà un destino triste e crudele. Fu una delle opere cinematografiche che più influenzò l’ambiente artistico dell’epoca che trovò l’acme con il visionario Murnau e il suo celeberrimo Nosferatu.

Il misterioso mondo esoterico ebraico ha creato, nei secoli, decine e decine di figure che – colpa anche della loro estrema complessità – non sono riuscite a sfondare nell’immaginario pop. Tranne, forse, per qualche fraintendimento. Chi avrebbe mai detto che Adam Kadmon, il difensore dei deboli e degli oppressori dai fanta-complotti di ogni masnada di mascalzoni, deve il suo nome all’Adam Qadmon ebraico, l’uomo perfetto, l’iniziato per eccellenza alla Tradizione qabbalistica del Popolo Eletto. 

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