Altavilla Irpina, tra santi martiri, gente "senza storia" e letteratura

Alla scoperta del borgo in cui Giuseppe Verga ambientò il romanzo "Il marito di Elena"
di Marina Indulgenza - 30 Ottobre 2017

Il borgo di Altavilla Irpina, in provincia di Avellino, ha origini molto antiche.

La zona presentava diversi insediamenti già a partire dall’Età del Ferro, come testimoniano i numerosi reperti ritrovati nel corso degli anni e custoditi, ad oggi, nel Museo della Gente Senza Storia

L’area in questione era già nota a Virgilio: ne troviamo, infatti, una citazione nell’Eneide con il nome di “Poetilia”. Tuttavia, non si tratta dell’unico riferimento letterario per la cittadina: secoli dopo, nel 1881, Giovanni Verga ambienterà, proprio ad Altavilla Irpina, “Il marito di Elena”,  un romanzo in cui l’autore abbandonerà gli elementi stilistici che hanno caratterizzato “I Malavoglia” e riprenderà i temi di carattere romantico e passionale a sfondo psicologico.

Il territorio fu ufficialmente abitato a partire dal IV secolo a.C., a seguito della scoperta di strutture insediative e tracce archeologiche che provengono dalle attuali località di contrada Toro, Tufara, Bagnara, Campo dei Santi e Ortolana. Del primitivo centro urbano se ne ha notizia certa nel “Chronicon” di Falcone Beneventano del 1134, storico e giudice di Benevento, il quale mette in risalto l’importanza strategica di Altacauda (Altavilla) poiché, essendo situata lungo la strada che da Abellum (Atripalda) giungeva fino a Beneventum, costituiva una valida difesa naturale a guardia delle valli circostanti.

Sempre in alcuni passi del Chronicon, si apprende che nel 1134 il borgo fu distrutto dal normanno Ruggero, per poi essere governato, dal 1180 al 1238, da Riccardo, Rao ed Emma De Fraineto.

Proprio al 1183 risalgono le prime testimonianze relative alla Chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo che, fin dalla sua origine, fu sempre una “collegiata” in quanto eretta da un collegio composto da un arciprete e quattro canonici che, nel corso del tempo, divennero dieci. Dal mese di marzo del 2003 la chiesa è diventata santuario diocesano e luogo privilegiato per il culto dei Santi Pellegrino e Alberico Crescitelli, quest’ultimo, missionario altavillese che fu martire in Cina e le cui reliquie sono custodite nella Casa Museo a lui dedicata.

L’attuale toponimo della cittadina compare in uno scritto del 1220 che è attualmente conservato presso l’archivio storico di Montevergine. Nel 1269, un documento attesta che Altavilla passa a Simone Bagot, familiare del re Carlo I d’Angiò. Dopo un breve periodo di dominio militare, Bartolomeo I De Capua, importante uomo politico, letterato e giureconsulto alla corte angioina, acquista il feudo dando vita a una dinastia che durò fino alla sua morte nel 1792, quando, per mancanza di eredi, il dominio passò al fisco regio.

Un’importante testimonianza della famiglia De Capua è data dal Palazzo Comitale, situato al civico 1 di via San Pellegrino. La sua costruzione iniziò nel XIV secolo e fu portata a termine nella seconda metà del secolo successivo. Attualmente, l’edificio visibile è quello quattrocentesco, con un corpo anteriore e due ali simmetriche rispetto all’asse principale. Oltre il monumentale portale d’ingresso in pietra scolpita, al piano terra si trovano una cappella privata, un grande arco in stile catalano, un cortile intermedio e una scala a doppia rampa da cui si raggiugono gli ambienti del piano nobile. Le finestre a croce guelfa e tutte le porte del palazzo sono in pietra vesuviana con disegni ornamentali in stile toscano. Al centro di ogni architrave vi è uno scudo che porta gli stemmi dei titoli di casa De Capua. I frammenti del pavimento originale si trovano nel Museo della Gente Senza Storia.

Quando, nel 1866, a valle dell’abitato furono scoperti importanti giacimenti di zolfo, l’attività estrattiva portò ad Altavilla un forte sviluppo economico e sociale. Solo due anni dopo, nel 1868, si realizzò uno stabilimento industriale del quale, oggi, si possono ammirare i corpi di fabbrica, dove si conservano i forni di fusione e i moli a turbina. Attualmente, dell’imponente impianto industriale resta attiva solo una parte che produce zolfi per l’agricoltura, usati come fertilizzanti e correttivi.

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