Gesualdo e il falò di Sant’Andrea: tra storia, leggenda e tradizione

Il rito della “vampàleria”, la fede e l'aggregazione di un popolo contro le avversità
di Marina Indulgenza - 23 Novembre 2017
Gesualdo e il falò di Sant’Andrea

Quando, sul finire del IV secolo, il Cristianesimo divenne la religione ufficiale dell’Impero, tutte le ritualistiche legate al paganesimo, che ancora persisteva prepotentemente, furono adottate e “adattate” in base a quelle che erano le esigenze del culto ufficiale.

Una grande importanza, riscontrata da sempre sia nei riti pagani che in quelli cristiani, viene attribuita alla luce: nel solstizio d’inverno, infatti, le antiche civiltà accendevano dei fuochi che, con il loro calore, avrebbero dovuto ridare forza a un sole “indebolito”; nella cultura cristiana, il simbolo della luce che rompe le tenebre ed esorcizza la paura è incarnata dalla figura divina di Sant’Andrea Apostolo e l'accensione di un falò in suo onore rappresenta un atto di fede e un'invocazione contro l'oscurità.

A Gesualdo, in provincia di Avellino, il 30 novembre, giorno in cui la Chiesa celebra il “Santo della Croce”, è tradizione accendere un falò – vampàleria, in dialetto – seguendo un rito che ogni anno si rinnova e che non si è mai fermato neanche di fronte ai drammi dei vari terremoti o delle guerre.

I primi segni del culto di Sant’Andrea nella cittadina irpina si hanno sul finire del ‘500, quando Eleonora Gesualdo, Badessa del Monastero del Goleto, si trasferisce proprio a Gesualdo e porta in dono a suo fratello, il Principe Carlo, un (presunto) osso del braccio del Santo che, da quel momento, viene incastonato in una piccola scultura rivestita in argento, per poi essere custodito e venerato come sacra reliquia nella Chiesa Madre di San Nicola.

La tradizione del falò, invece, si riscontra solo agli inizi dell’800, quando viene abbattutto un grande albero di tiglio, posto in quella che adesso è Piazza Umberto I, per ricavare il legno necessario alla realizzazione di una statua da dedicare a Sant’Andrea. Con il legno avanzato, i fedeli composero poi una pila che venne data alle fiamme come ulteriore segno di venerazione, ma anche e, soprattutto, come espressione dell'aggregazione e dell'unità delle genti contro le avversità.

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