Il traffico dei pannelli solari

Nei prossimi 30 anni l’Italia dovrà smaltire oltre 2 milioni di tonnellate di rifiuti voltaici, intanto qualcuno ha pensato di spedirli illegalmente in Africa
di Redazione Ecampania.it - 03 Gennaio 2020

Sullo smaltimento di rifiuti in Italia si sono costruiti imperi. La spazzatura puzza ma vale oro, se poi non puzza neanche, come il pannello solare termico e altri scarti elettronici, è anche meglio. I pannelli solari sono una grande innovazione, l’ideale è che tutti gli edifici privati e pubblici ne siano dotati. Magari un giorno ci arriveremo, chissà, intanto il problema incombente è dove mettere i pannelli vecchi. Vi siete mai chiesti dove vadano a finire? Non sappiamo quello che accade nel resto d’Europa ma quelli provenienti dall’Italia in buona parte finiscono in Africa, continente per gran parte povero e che, quando non depredabile delle sue risorse, torna sempre utile come pattumiera mondiale.

Il trucco. Dall’Italia partono diverse navi, soprattutto in direzione del Burkina Faso. Il carico comprende container pieni di pannelli solari dimessi. Ufficialmente sono destinati al mercato secondario africano, in realtà ad attenderli sono discariche a cielo aperto, cimiteri dell’elettronica. Il traffico dei pannelli solari è un fenomeno ancora contenuto ma preoccupa non poco in chiave futura, visto che nei prossimi 30 anni si stima che bisognerà smaltire 2 milioni di tonnellate di pannelli solari, ecco perché bisogna stroncare questo business criminale sul nascere.

Partenza da Genova. Da inizio del 2019 i carabinieri del NOE e l’Agenzia delle Dogane hanno effettuato una serie di sequestri in diversi porti italiani, soprattutto allo scalo di Genova da dove partono la maggior parte dell navi con i carichi illeciti. Ad esempio a maggio del 2019 è stato bloccato un carico di 1.000 pannelli solari provenienti da un’azienda padovana e diretti in Burkina Faso. Lo scorso settembre, in seguito a un’ispezione, i carabinieri del NOE hanno scoperto all’interno di un container 2.500 pannelli solari provenienti da varie zone d’Italia e diretti in Africa Occidentale.

Il modus operandi. Almeno per ora la gestione di questi traffici illeciti non è opera di una unica grossa organizzazione criminale, insomma, dietro non ci sono i clan di camorra o mafia ma quelle che gli inquirenti descrivono come “cellule distinte” unite dallo stesso modus operandi che poi è il seguente: si ritirano gli stock di pannelli vecchi in cambio di condizioni economiche più vantaggiose rispetto ai canali leciti. Chi accetta l’offerta può anche fingere di non sapere ma conoscendo i costi dello smaltimento dovrebbe sentire la puzza di bruciato. Ad ogni modo le responsabilità di tutti le accerteranno gli inquirenti. 

I pannelli raccolti vengono stipati in capannoni del nord Italia in attesa di essere imbarcati come usati, piuttosto che come rifiuti. Il trucco è semplice ma la maggior parte delle volte funziona vista la mole di container che quotidianamente partono dai porti italiani, un numero così grande che è impossibile ispezionarli tutti.

La mancanza di controlli in Africa. Se ci sono delle evidenti difficoltà di controlli alla partenza, la situazione peggiora con quelli all’arrivo. La maggior parte dei rifiuti elettronici approda al porto di Lagos, in Nigeria. Da lì, ogni anno, transitano 60.000 tonnellate di RAEE; di questi il 77% arriva dall’Europa come dimostra uno studio delle Nazioni Unite del 2018 che mette anche in evidenza come i controlli dei container in arrivo sono insufficienti, inoltre non ci sono conseguenze per i trafficanti. 

Olusegun Odeyingbo, uno degli autori dello studio delle Nazioni Unite spiega che uno dei principali problemi è l’applicazione della legge e ha affermato che in tutti quei casi con spedizioni contenenti rifiuti e da loro accertati, non sono stati presi provvedimenti; non ci sono verbali tantomeno azioni legali contro i responsabili. 

La Nesrea è l’agenzia ambientale nigeriana preposta ai controlli ma non ha risorse sufficienti affinché il suo operato sia significativo, basti pensare che negli ultimi due anni sono stati ispezionati appena 150 container a fronte di milioni che passano per il porto di Lagos. L’agenzia afferma di non aver intrapreso alcun procedimento penale nello stesso periodo e sono stati appena tre i container bloccati e rispediti al porto di provenienza.

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