Sant'Antonio Abate tra simbologia cristiana e riti pagani

Storie e leggende sul protettore del fuoco e degli animali
di Marina Indulgenza - 11 Gennaio 2017
Sant'Antonio Abate protettore del fuoco e degli animali

Nella notte tra il 16 ed il 17 gennaio prossimi, la Campania sarà illuminata da tanti falò che si accenderanno per festeggiare “Sant’Antuono”, ovvero Sant’Antonio Abate, protettore degli animali e beato del fuoco.

Come nella maggior parte delle ritualità religiose, anche questa celebrazione affonda le sue radici nei culti pre-cristiani legati ad una civiltà rurale e ad una cultura prettamente contadina.

Sant’Antonio Abate è uno dei più illustri eremiti della storia della Chiesa. Nato in Egitto intorno al 250 da una famiglia cristiana, all’età di vent'anni abbandonò tutto per vivere 80 anni da anacoreta nel deserto, dove fu tentato più volte dal demonio celato sotto le sembianze di un maiale. Attratti dalla sua fama di santità, si recarono spesso da lui pellegrini e bisognosi di tutto l'Oriente fino alla sua morte, da ultracentenario, che avvenne il 17 gennaio del 357 sul monte Kolzim presso il Mar Rosso. Con la scoperta nel 561 del suo sepolcro, le reliquie iniziarono un viaggio apparentemente senza fine, da Alessandria a Costantinopoli, fino a giungere nell’XI secolo in Francia, precisamente a Motte-Saint-Didier (l’attuale Saint-Antoine-l'Abbaye, nella regione dell'Alvernia-Rodano-Alpi) dove fu costruita una chiesa in suo onore. Viene definito primo degli Abati perché a lui si deve la costituzione, in forma permanente, di una famiglia di monaci consacrati al servizio di Dio sotto la guida di un “abbà” (padre spirituale).

Nella sua iconografia, oltre al bastone degli eremiti a forma di T che simboleggia la ‘tau’, ultima lettera dell’alfabeto ebraico e quindi allusione alle cose ultime e al destino, il Santo è raffigurato con accanto un maialino che reca al collo una campanella. Questo perché, come racconta una leggenda popolare, Sant’Antonio si sarebbe recato all’Inferno per prendere il fuoco agli uomini che non l’avevano e, mentre il suo maialino creava scompiglio fra i demoni, lui era riuscito ad accendere col fuoco infernale il suo bastone a ‘tau’ e lo aveva condotto fuori per donarlo all’umanità, ardendo una catasta di legna. Da qui, la tradizione dei “focarazzi” le cui ceneri, successivamente raccolte nei bracieri casalinghi, servivano a riscaldare la casa e, con un’apposita campana fatta con listelli di legni, ad asciugare i panni umidi.

Poiché il fuoco da sempre ha avuto una funzione purificatrice e di prosperità, segnando il passaggio dall’inverno alla primavera, Sant’Antonio Abate assunse le funzioni della divinità della rinascita e della luce, quale garante di nuova vita, a cui erano consacrati prevalentemente maiali, che già nell’antica Roma si sacrificavano alla dea Cerere nel mese di gennaio come augurio di fertilità e d’abbondanza nei raccolti primaverili. Ecco perché, in occasione della sua festa liturgica, si benedicono le stalle e gli animali domestici che, sempre secondo un’antica leggenda, proprio quella notte hanno la facoltà di parlare.

Nei borghi della vecchia Napoli - Forcella, la Sanità, e nel Borgo Sant’Antonio Abate, tra porta Capuana e via Foria - la sera del 17 gennaio vengono accesi innumerevoli falò detti “cippi”, nei quali, in tempi passati si gettavano oggetti vecchi, come a voler segnare un taglio con il passato e il desiderio di rinnovamento, ma anche bigliettini con il nome dell’amato che potessero ispirare il suo amore. Alcune bancarelle vendono il “soffritto” o “zuppa forte di sant’Antonio”, un insieme di corata di maiale, fegato, cuore e milza, cotto nel pomodoro e consumato con i maccheroni o su fette di pane abbrustolito. E, per l’occasione, vi sono persino numeri propiziatori della buona fortuna da giocare al lotto, naturalmente sulla ruota di Napoli: il 17 (Sant’Antonio), il 4 (il fuoco) e l’8 (il porco).

Un’ultima connotazione interessante sulla ricorrenza di Sant’Antonio Abate è che essa coincide, per diversi paesi e comunità rurali, con l’inizio del Carnevale che terminerà alla mezzanotte del Martedì Grasso – che quest’anno cade  il 21 febbraio – soprattutto per il suo diretto legame con il maiale, da sempre emblema dei piaceri della carne in tutti i sensi.

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