Calunnie, vizi e virtù: sesso e letteratura a Napoli

Dalle scritte oscene di Pompei alle monache dissolute di Baiano, fino alle virtù tradite in Mastriani
di Giovanni Vasso - 12 Settembre 2017
Calunnie, vizi e virtù: sesso e letteratura a Napoli

Il sesso è da sempre “il tema", per eccellenza. Dalla letteratura fino all’archeologia, dalla poesia alla calunnia, dagli antichi romani ai conventi, dalla pubblicistica attorno ai briganti alle gesta ultrapop dei maghi da radio e televisioni locali. Tutto ciò che ruota attorno al sesso, da sempre fa notizia. Fin dai tempi dell’antica Pompei, dove (oltreché al fascino delle lupanare) ancora oggi siamo alle prese con la “ciclica” riscoperta delle scritture erotiche ritrovate qua e là dagli archeologi.

Si tratta di messaggi pseudoelettorali, che invitano a votare uno perché troppo bravo nel cunnilingus. E poi gli stringati aneddoti sulla passione comune che tal Gennaro e la signora Romula condividerebbero nella fellatio. Insomma, niente che – per utilizzare la stessa metafora utilizzata nell’articolo – non potreste trovare scritto nei bagni di un Autogrill.

Il legame tra il sesso e la letteratura è fortissimo, indissolubile quasi. Anche quando questa racconta, immagina o descrive situazioni e fatti accaduti in riva al golfo di Partenope.

La metafora del sesso facile come alibi svalutante e denigratorio per la donna è stata a dir poco abusata nella seconda metà dell’Ottocento dalla pubblicistica italianista. Le donne dei briganti, le brigantesse, erano tutte poco di buono. Mogli non ce n’erano mai, solo drude. Che poi è termine terribile, un eufemismo piccolo borghese per dire puttana. Ogni legame è raccontato come sporco, deviato. Più facile rappresentare le ragazze delle bande come altrettante sguaiate, appassionate ninfomani protagoniste di misteriose e violentissime orge coi banditi. 

Fatale che, prima o poi, il cliché della propaganda anti-brigantesca atterrasse nella letteratura napoletana. Ne “I Misteri di Napoli” di Francesco Mastriani c’è la storia della povera Rita, ragazza perduta figlia del buon mezzadro di Casal Principe Gesualdo, che è costretta dal suo stato di indigenza e scostumata imprudenza a perseverare nel peccato. Ancora ragazzina, viene adescata da un mezzano al servizio del vizioso duca di Massa Vitelli vicino alla casa reale borbonica. Questi le ruba la verginità, la stupra, gettandola nella disperazione. “Rita aveva vergogna di sé. Avrebbe voluto credere un cattivo sogno ciò che le era accaduto. [...] Che cosa le era accaduto? Quel mistero, che per lungo tempo la vergine desidera e teme d’indovinare [...] Il mistero non c’era più. Il velo dell’idolo era caduto, ed era rimasto scoperto il meccanismo del prodigio”.

Confessa al padre la sua vergogna e gli chiederà di ucciderla. Egli la ucciderà sì, ma nel suo cuore: “Non avevo che un solo bene sulla terra, la mia famiglia, una compagna che rallegrava la mia casa e quattro figli che mi amavano e temevano Dio. Ora la mia Sabina (la moglie ndr) è pazza e la mia figliola è morta”.

Rita, che fino ad allora si chiamava Filomena, diventa in quel momento una donna interrotta. E assume quel nome, cambiando quello che il genitore le aveva imposto. Diventerà brigantessa, feroce e perduta in un turbine di violenza, sesso e degrado.

Di sesso e follia si nutre il ventre caldo di Napoli, Benedetto Croce – che come pochissimi l’amò – ne raccolse le leggende e, tra queste, raccontò delle gesta erotiche di Giovanna La Pazza, la regina mantide che seduceva i giovanotti e poi li gettava in pasto ai coccodrilli o li faceva morire tra atroci tormenti.

L’anima nera e peccaminosa della Napoli antica è raccontata anche ne La Cronaca del convento di Sant’Arcangelo a Bajano, edita da Intra Moenia. Un manoscritto anonimo che accese la fantasia e l’ardore di Stendhal, che ne curò la prefazione. È una storia di vizio totale, che si snoda in mille rivoli di sacrilegio all’interno di un luogo che avrebbe dovuto essere santo. Sesso, omicidi, corruzione, trame ordite nello scuro di mille celle. È il peccato che seduce e vince donne che avrebbero dovuto dedicare la loro esistenza al divino. Sfacciate e ingannatrici, pure un avvelenamento – quello della badessa Costanza che s’opponeva agli amori delle suore – diventa un atto di bontà e di devozione proprio nei confronti della vittima: “Dio mi guardi dal proporti cosa che faccia torto ad alcuno – dice suor Chiara alla fantesca Livia, pure lei presa d’amore per il bel Paolo – tutto al contrario, ciò che ho da dirti è di utile alla comunità intera e forse da ciò dipende la salvezza della badessa. Ella è viva e riflessiva, e lo sai, ma si può calmare tale vivacità a mezzo di una pozione calmante. Questo balsamo che vedi possiede tal virtù. Basta che si mischi bene in una bevanda e si faccia bere a Costanza in egual dose ogni giorno: si ottiene il bramato risultato”.

Gli amanti delle suore (monacate a forza, dall’ambizione delle famiglie e dal conformismo dell’aristocrazia) sono nobili e garzoni, buoni borghesi o guappi. Fanno quel che vogliono, arrivano pure ad uccidersi tra di loro. La fine dello scandalo non può che essere truculenta per chi ha tradito il candore e l’ingenuità, ha tradito l’istituzione, che avrebbe dovuto osservare fino alla fine dei loro giorni. Moriranno tutte, e male. Colpite dalla stessa mano che le monacò a forza.

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